Fango e Cognac
18 Febbraio 2014Regia Giorgio Sangati
Assistente alla regia Anna Tringali
Costumi Militaria Collection
Calzature ExpoArmy
Scena Alberto Nonnato
Attrezzeria Antonio Zonta
Foto di scena Chiara Susana
Organizzazione Gloria Rossetto
Una produzione Teatro Bresci con il contributo di Regione Veneto
Negli anni degli anniversari si cerca sempre, non senza qualche forzatura, di recuperare, di “resuscitare” a volte, storie e e testimonianze del nostro passato. “Fango e Cognac” non è la storia dei sussidiari, né quella dei monumenti, delle targhe: è la storia di soldati, di uomini che hanno dato la vita, o ai quali la vita è stata tolta in nome di uno Stato che forse non lo meritava, è la storia di ufficiali che credevano in quello che facevano e fino all’ultimo hanno combattuto pensando alla pace da raggiungere, ma è anche e soprattutto la storia di una strage, i cui responsabili sono stati generali e comandanti italiani incapaci che hanno mandato al massacro migliaia di giovani senza pensare che a loro stessi. E’ la storia minore, che solitamente si perde, che ci racconta del logorio di trincea, della dipendenza dall’alcool, della morte per fuoco amico, della voglia di diserzione ma è anche una storia di amicizie, di affetti e di tutto quanto la guerra, in ogni tempo e luogo cancella e schiaccia senza alcun diritto trasformando la vita in orrore. Un anno dunque, solo un anno e su un solo fronte, quello dell’Altopiano di Asiago. L’altopiano è lo sfondo, come una cartina si è svuotato della popolazione che è scappata in pianura e aspetta da spettatore di poter tornare dove è vissuto. Intanto lì il territorio è tormentato dall’artiglieria e dagli scavi delle trincee, delle postazioni, la natura si manifesta col passare delle stagioni con la legge universale del tempo che non si ferma, neanche di fronte alla guerra.
E su questa cartina immaginaria si muove l’attore, entro i contorni costretti della vita di guerra. Pochi oggetti come compagni: borracce, baionette, un pacco di lettere; e il racconto emerge a brandelli, non è lineare, è rotto, frammentato, schegge drammatiche, divertenti. All’attore l’arduo compito di essere un uomo, niente più di un uomo, perché in questo sta la profondità di Lussu, nel fare a pezzi i giudizi e non dimenticare mai che sotto le divise, che sotto i nomi, le nazionalità, in fondo non ci sono che uomini.