Corpo in affitto

24 Settembre 2013 By Elena Bottin

Silvia è una donna in una stanza. Parla. Forse a noi. Deve raccontarsi: non ha contorni, non riesce a dare valore a ciò che la circonda. Deve riempire un vuoto e il piacere del sesso, ormai non sempre funziona. Nemmeno il potere, nemmeno i soldi. Solo la proposta di uno strano vecchio le fa intravvedere la possibilità di rimettere a posto i pezzi… Da quel momento si apre per Silvia una lotta con i propri fantasmi. Una lotta fatta di attimi, di ricostruzioni, di dolore emotivo e fisico, dalla quale forse non riuscirà ad uscire vincitrice. La bellezza di Silvia, la sua vitalità, il modo elementare di strutturare i pensieri senza alcuna apparente logica, il suo essere sperduta, tutto concorre a far tacere in noi il senso critico nei confronti di una ragazza che usa il corpo per ottenere riconoscimento nella vita. Ma è invece proprio quest’ultimo punto che Silvia ci chiede di spiegarle: quale sia il suo ruolo in questa società. Forse la domanda contiene un aspetto che non vogliamo vedere: se c’è la possibilità per le Silvie di esistere, probabilmente, è perché la nostra società ha bisogno che esistano. Forse non è Silvia che deve porsi la domanda “Dove sono sbagliata?”, ma noi. E forse, come per Silvia, saremo condannati a porcela senza trovare una risposta.