Bricola e Regina

17 Marzo 2012 By Alessandra

Chi ga naso ga caso. Dov’è finita la pura dimensione ludica della lingua, il tormentone fonico fine a sé stesso, linfa vitale di ogni dialetto prima che l’irruzione massiccia dell’italiano scolastico lo ridimensionasse, da Aosta a Trapani, alla cornice fonetica di una fraseologia standard sempre più asettica, trans-regionale?
“Chi ga naso ga caso”, ripete Giorgio Bertan sulla scena, a condimento di ogni discorso o paradosso, quasi una pillola ubiquitaria di insensata saggezza, e il pubblico si diverte; in un’epoca di tormentoni sempre più mass-mediati, dove il dispensatore virtuale di turno, a colpi di “Chi è Tatiana” o “E’ lui o non è lui” fissa le ossessioni verbali di milioni di inconsapevoli ricettori – riproduttori del giorno dopo, il naso senza caso di Bricola assume il fascino di una parola magica perduta; quasi il rimbalzo fonico di un mondo in estinzione, un riflesso straniante che fa intravedere un’antica radice, giocoleria verbale di una contiguità umana smarrita per strada. Che infallibile come un orologio innesca il riso divertito del pubblico. Così, nel corso dello spettacolo, dietro un apparente minimalismo di toni e situazioni verbali, quasi un Beckett prelevato dalle grigie atmosfere di Dublino e trapiantato fra “‘e scoasse sofegàe” della laguna, e annaffiato da un salubre vin novo d’osteria, emerge un campionario linguistico di altri tempi ed “epoche” della condivisione di luoghi e linguaggio; con un effetto di empatia contagiosa, un po’ straniante, in uno spazio della memoria collettiva che rilegge il presente, e beatamente ne raddoppia contraddizioni e nonsensi, a colpi di lapsus e deviazioni da una normalità comunicativa ridotta a fantasma. E la panchina “darente l’ospissio”, da cui la loquacità pirotecnica del duo ridisegna il mondo, suggerisce la soglia visibile di un’estinzione imminente, che le “ciacole” sulla morte e l’al di là dei due protagonisti proiettano su un’antica, quasi verginale curiosità verso la vita e la realtà circostante; e che forse, dietro la caricatura verbale irresistibile di un “dire” fuori tempo, ha cessato da un bel pezzo di dare risposte.