Antidanza > Dimateria
15 Settembre 2015“Antidanza > Dimateria” è il nome del seminario a cura di Fabrizio Turetta che si terrà dal 25 al 27 settembre, uno studio per un arredo urbano con persone e messa in opera finale a Porta San Giovanni a Padova.
Si tratterà così l’analisi di uno spazio urbano attraverso le percezioni personali di ogni singolo partecipante, il suo stare, il suo movimento, l’interazione con altre presenze, ma anche la costruzione di ipotesi di intervento, di occupazione estetica dello spazio e la realizzazione finale di una proposta di arredo, esposto alla cittadinanza.
Il lavoro di studio e di costruzione sarà sviluppato sulla base della pratica Dimateria che pone in primo piano la singola individualità, stimolandola a trovare risposte personali ad input di carattere ambientale, estetico, concettuale, emotivo.
Attraverso il movimento, la presa dello spazio, il confronto fisico e percettivo con le altre presenze, ogni singolo partecipante sarà stimolato a dialogare e a coordinarsi, strutturandosi in soluzioni formali singole e collettive, specifiche per l’ambiente in cui si svilupperà l’intervento.
Il seminario sarà aperto a tutti e avrà i seguenti orari:
venerdì 25 settembre, dalle 19.30 alle 21.30
sabato 26, dalle 11 alle 17 (con una pausa in orario da decidere assieme ai partecipanti)
domenica 27, sempre dalle 11 alle 17, sempre con una pausa in mezzo.
Domenica 27, alle 17.30 circa, verrà proposto alla cittadinanza l’intervento di arredo che durerà una ventina di minuti.
Fabrizio Turetta spiega – Cos’è Dimateria
Dimateria è solo l’ultima tappa, probabilmente nemmeno definitiva, del mio percorso nei territori di indagine che ruotano attorno al corpo come materia di elaborazione estetica e concettuale. Mi sono formato inizialmente come artista visivo. Ho voluto poi ridurre al minimo la strumentazione che usavo, fino ad annullarla, mantenendo come unico oggetto dei miei interessi la fisicità umana. Ho studiato quindi danza e mi sono avvicinato al linguaggio scenico, sentendo infine la necessità di sviluppare una proposta didattica originale, che costituisse nel contempo un laboratorio dove le mie idee potessero prendere forma concreta.
Mi interessa che le persone con cui lavoro sviluppino una propria autoconsapevolezza, non tanto spingendole ad allargare i propri orizzonti o a superare i propri limiti ma semplicemente stimolandole ad acuire la conoscenza delle proprie potenzialità e la capacità di metterle in gioco. Quasi sempre evito, ad esempio, di ‘mostrare’ i movimenti, di proporre un modello, perché ritengo che il rischio più grosso sia la perdita, anche solo parziale, di un quid innato, preziosissimo, che appartiene esclusivamente alla persona e che la rende unica e interessante proprio per questo.
E’ un po’ il contrario del lavoro che svolgono i danzatori ma anche, forse in grado maggiore, gli attori. Il loro lavoro consiste nell’affinare la capacità di assumere atteggiamenti e ruoli diversi; allenano il loro corpo ad adattarsi ad ambientazioni sempre variate e a trasformarsi di volta in volta in qualcosa di altro. In questo sta la magia di certa arte, in una sorta di ‘contratto di credibilità’ che l’autore stabilisce con il pubblico, che viene spinto ad entrare nell’universo rappresentato, il quale dev’essere talmente ben architettato da risultare vero; se il patto si rompe, se lo spettatore non ci crede più, si perde la magia. La ricerca di Dimateria vira in senso diametralmente opposto, va verso un restringimento, una concentrazione, cerca una caratterizzazione sempre maggiore, sempre più consapevole e precisa, specifica.
Chi partecipa ai miei lavori parlerà sempre e comunque il proprio di linguaggio, non sarà mai ‘interprete’ di alcunché; darà materia, carne, per rendere concreta un’idea, una visione, un concetto, un’immagine, che tuttavia si strutturerà su di lui, si svilupperà e si adatterà alla sua presenza, non viceversa. Sento in qualche modo il mio lavoro affine a certa arte ‘concreta’, dove le qualità dei colori, delle forme, non vengono mistificate per creare l’illusione di una realtà altra ma ‘messe in evidenza’ per quello che sono, semplicemente forme e colori, che entrano in gioco con le loro piene e specifiche caratteristiche, per dare corpo ad una composizione, un ambiente, che non rimandano a nulla, che non vogliono significare nulla di più e nulla di diverso da quello che sono.