Teatronexus: Salt Lake City
10 Gennaio 2013
Con Marco Silvestrini, Alessandra Squatrito, Ciro Mattia Gonano, Sarah Lanzoni, David Pherrachaj, Jacopo Mazzetto, Elisa Chinarello e Federica Rossin.
Senza voler svelare gli intrecci della storia, possiamo affermare che Salt Lake City è uno spettacolo per gli anni ’70, dagli anni ’70, dedicato agli anni ’70. Non è uno spettacolo SUGLI anni ’70. Si tratta delle storie, collegate fra loro, di sette ragazzi, fra studenti e lavoratori, della provincia americana. I fatti che li riguardano prendono vita nel 1972, ma è un tempo arbitrario, perché come eterne e senza definizioni sono le pulsioni che muovono questi personaggi, allo stesso modo senza limiti è il tempo che scorre, avanti e indietro. In questo senso la pièce è un viaggio nei concetti e nei fatti precedenti e successivi a questa epoca. Caleb è un ragazzo chiamato agli ultimi armamenti per il Vietnam, la sua vita al momento non brilla, forse questa è un’occasione per cambiare la sua esistenza. Ma fra lui e Donna c’è un rapporto particolare, che ha ancora bisogno di presenza e attenzione per essere accompagnato a una nuova vita, o a un silenzio eterno. Lei è una ragazza ambiziosa, con poco talento, intenzionata ad andare a Salt Lake City per studiare recitazione. A Draper, la loro cittadina nello Utah, condividono l’appartamento con alcuni amici intimi. William, un attivista del gruppo delle Pantere Nere, nasconde un segreto sporco di sangue, e si nasconde dietro a battute ciniche e scherzi idioti. Sandy è la sua ragazza, ed è anche la sorella di Caleb. Sandy crede nel potere della musica, ama l’ambiente, e cerca di coinvolgere tutti in una marcia ecologica a Salt Lake. I loro tentativi di mettersi assieme in virtù dell’ideale del “sentire il gruppo” che già sembra appannato, sono intervallati dai malori del più vecchio della casa, Joshua, sniffatore innamorato di un uomo che fa parte del suo passato. A condire di assurdo la loro già bislacca storia, ci sono Bunny e Arthur, una coppia di squilibrati: inventore di cubi rompicapo lui, radical girl–power dal lessico rivisto e corretto, lei. Tutti i personaggi, per una ragione o per l’altra, vogliono recarsi a Salt Lake City, punto di partenza/arrivo di una vita al decollo/atterraggio. La scelta è fra la mediocrità di tutti i giorni, percepita come una condanna inflitta dal mondo tradizionale da cui tutti loro giungono, o le luci del successo e la gloria del coraggio, in un mondo in cui l’immagine inizia/continua ad essere più importante del contenuto. Il tempo è uno dei protagonisti di questa commedia dolce e amara. Ogni personaggio, con la sua storia e la sua energia, rappresenta un momento, un’idea, un colore, un sentimento del nostro recente passato. Caleb, William e Sandy, sono il frutto delle lotte e dei grandi ideali degli anni ’60, pretendono un mondo migliore, credono nella pace, nel riconoscimento dei diritti di tutti, nella magia del gruppo e dell’arte. Sembrano una foto sbiadita dei manifestanti di strada, ma si portano addosso anche l’ombra delle rivolte, delle brigate, della delusione e della mancanza di speranza che cerca sfogo nella musica, che a sua volta in quel periodo tenta di stravolgere ogni regola… Donna e Bunny, pur con due caratteri molto diversi (personaggio drammatico la prima, macchietta chic e buffa la seconda), rappresentano l’attenzione sulla donna e anche, in un certo senso, l’uso mediatico che ne verrà fatto nei decenni successivi. In particolare, Bunny impersona il concetto stesso di edonismo, tanto importante per definire gli anni ’80. Arthur, inventore da strapazzo, nonché protagonista di un sogno bizzarro nel secondo atto, ci porta ai giorni nostri, invitandoci, nella sua buffonata, a guardare agli anni ’70 con un sorriso sulle labbra. Joshua, infine, è malato, o crede di esserlo, e il fatto che non si parli di quel che ha, ma piuttosto di cosa può averlo portato ad ammalarsi, suggerisce allo spettatore la convinzione di essere di fronte a un primo caso (fuori tempo, e volutamente fuori luogo) di sindrome da immunodeficienza, i cui primi casi saranno significativamente documentati solo dieci anni dopo. Uno spettacolo sul tempo e nel tempo, dunque, costruito su un ritmo di entrate e uscite, azioni e parole (la parola, soprattutto, sempre grande protagonista indiscussa della scena), intenzioni e omissioni… sui colori e sulle musiche, in parte originali, e in parte donate da quel decennio straordinario che ci ha presentato tutto: dal rock sinfonico (utilizzato dagli attori di questo cast per “entrare” nel contesto insieme), alla discomusic.