Moscheta

31 Ottobre 2012 By

Scritto presumibilmente alla fine degli anni Venti del Cinquecento da Angelo Beolco, detto Ruzante (1496?-1542), Moscheta mette in scena con originalissima comicità un mondo contadino rozzo e sensuale (dove si parla il dialetto padano), ma comunque migliore di quello affettato e ingannatore della città, nella quale trionfa la lingua 'moscheta' che appartiene ai furbi e agli imbroglioni. Il provinciale Menato lascia la campagna per raggiungere a Padova la moglie di Ruzante, Betìa, che era stata sua amante e della quale si dichiara ancora innamorato. Respinto dalla donna, Menato pensa di conquistarla facendola litigare con il marito; e, per questo, confida a Ruzante di aver visto Betìa accettare il corteggiamento di uno sconosciuto. In realtà, la donna è sessualmente attratta da Tonin, un soldato bergamasco suo vicino di casa; ma quando Ruzante le si presenta travestito da 'spagnolo' e la corteggia parlando in lingua 'moscheta', Betìa finisce con l’accettarne le galanti profferte, fingendo poi di averlo riconosciuto quando il marito la insegue minacciandola di morte. Innescato da queste premesse, scatta così nella commedia un travolgente gioco di bravate e di vendette, che coinvolge i tre uomini nel tentativo di conquistare, ciascuno a modo suo (anche con lo scorrere di denaro), la bella Betìa, la quale comunque non si fa scrupolo di trascorrere in allegria dalle braccia del ruvido Tonin al letto del furbo Menato, riuscendo infine a tenersi a casa anche il marito.
Due protagonisti della comicità contemporanea, Tullio Solenghi e Maurizio Lastrico, con Barbara Moselli ed Enzo Paci, sono gli interpreti di una commedia che, con libertà e forza inventiva paragonabili solo a quelle della quasi coeva Mandragola di Machiavelli, affronta temi e situazioni sessualmente scabrose, disegnando però all’interno di queste, con meravigliosa evidenza comica, comportamenti e psicologie di personaggi difficilmente dimenticabili: in virtù delle invenzioni drammaturgiche di Angelo Beolco e della vitalità teatrale di una personalissima scrittura dialettale, che trascende nella creazione artistica sia i modelli tradizionali derivanti da Plauto, sia il semplice gioco farsesco della nascente Commedia dell’Arte. Un linguaggio ora dialettale e ora 'moscheto', quello dello scrittore e attore padovano, che in questa nuova messa in scena firmata da Marco Sciaccaluga è reso perfettamente fruibile, anche agli spettatori odierni, attraverso il discreto e amorevole 'adattamento' richiesto dallo Stabile genovese allo specialista Gianfranco De Bosio, cui si deve sin dagli anni Cinquanta la riscoperta di Ruzante sui palcoscenici italiani.