Moscheta di Ruzante
30 Novembre 2012
Ruzante torna a casa: dopo l’adattamento linguistico del testo cinquecentesco a cura di Gianfranco De Bosio, finalmente una commedia del padovano Angelo Beolco in scena al Teatro Verdi. Volendo far i villani, basta col parlar moscheto: il dialetto, recuperato nella sua oralità, erompe con una forza straordinaria per descrivere vili passioni, ruberie, la vita di un cornuto qualsiasi. I quattro protagonisti, mossi dall’istinto naturale, trovano normale cedere alle più basse tentazioni: alla fine la vittoria è di chi ha saputo dimostrarsi più furbo. Il regista, Marco Sciaccaluga, ha ricreato un’illusione di ponti, fiumi, baracche: al limitare della città, nella miseria, quattro protagonisti che si richiamano, si sfidano, appagano le loro passioni. Tullio Solenghi, uno scalcagnato Ruzante, trasformato per l’occasione con un cerone che gli ricopre il volto, è magnifico, sa destreggiarsi nel ruolo con una simpatia incredibile. Tutti gli chiudono la porta in faccia, ma nonostante tutto trova il modo di andare avanti, di ’pigliarsi’ un po’ di fortuna nelle sventure. Betìa, oggetto del desiderio di Tonìn e Menato, interpretata da una magistrale Barbara Moselli, è una donna moderna, che sa il fatto suo e che usa il suo ’differenziale’ per menare gli uomini. Menato, il deus ex machina, interpretato da un camaleontico Maurizio Lastrico, è in preda alle folgori amorose ma il suo vero antagonista non è il marito, bensì il soldato Tonìn, uomo che sa sedurre con garbo la bella Betìa. Tra la musica e la scenografia si può dire veramente di aver assistito a un’opera teatrale perfetta: in questo mondo contadino rozzo e un po’ imbroglione, ognuno trova il suo posto, la sua inclinazione.
E il pubblico? Si fa mettere a letto, in preda a bassi istinti, definitivamente conquistato.