Moni Ovadia: Cabaret Yiddish

14 Marzo 2012 By

Al centro di una scena nuda, riempita solo da quattro musicisti, il cantore inizia, senza troppi preamboli, la sua storia con un sorriso. Un sorriso antico ed esperto, di chi fin dall’alba dei tempi ha dovuto sfruttare l’ironia per far fronte alle proprie disgrazie e ha saputo riciclare aneddoti e storielle per forgiare una sagace oratoria in risposta al razzismo e alle calunnie.


Proprio attraverso le singole «storielle» che accomunano per stereotipo ogni ebreo, Moni Ovadia è capace di far ridere il suo pubblico, ma al contempo di fare emergere quel fondo di verità tipicamente popolare per spiegare i cardini della cultura ebraica, sempre sul filo dell’ironia. Con la cifra stilistica che gli è propria, Moni Ovadia sceglie la leggerezza delle battute più sottili in contrasto con i racconti dei lager e dei soprusi, lasciando grande spazio alla musica, in cui persino il testo diviene pura sonorità.


Passando senza soluzione di continuità dal fiume di parole al canto salmodiante, immerge la platea in una festa Yiddish coinvolgente, colorata nonostante l’effettiva sobrietà della scena, alla quale partecipano tutti i personaggi-tipo: l’emigrante povero che riesce a rifilare rotoli di spago a un razzista della Virginia, l’avido rabbino che polemizza con dio perché gli ha fatto trovare un tesoro proprio di sabato, il vecchio psicanalista che non si scompone nel ricevere per anni, tutte le mattine, uno sputo in faccia dal proprio collega e si parla di ebrei polacchi, americani, russi e tedeschi, di commercianti, di sarti, di analisti e rabbini, tornando così sui passi di «quel popolo eletto» sparso per il globo, ma unito dalla propria mastodontica cultura.