JOB o la tortura dagli amici

24 Aprile 2012 By

“Un testo potente”, l’ha definito il cardinale Ravasi, in occasione della prima rappresentazione francese, nel marzo dell’anno scorso, nell’ambito del Cortile dei Gentili.

Regia di ANDREA MARIA CARABELLI 

Quando si parla di Giobbe, si parla necessariamente del mistero della sofferenza. Molti lo hanno fatto: basti pensare a Joseph Roth o al beato Giovanni Paolo II. Certamente Giobbe affascina perché, attraverso la sua vicenda, viene messa a nudo la condizione umana, piena di contraddizioni e appesantita dal male che, molte volte, deve subire. Troppi autori, tuttavia – e anche cattolici – al male si fermano, trovandovi, in assenza di altre illuminazioni, un segreto piacere, quasi un gusto per il torbido e il deprimente. Nell’impossibilità di spiegazioni, il male e la sofferenza che ne deriva vengono visti come una spiegazione del bene, che arriverà quando saremo morti. Fabrice Hadjadj, in Job ha il grande merito di spingere sino in fondo il grido terribile della sofferenza; Giobbe subisce la sofferenza, ma urla e non si accontenta di una qualsiasi spiegazione. Giobbe grida perché sa di essere fatto per la gioia, perché non ha rinnegato la gioia: “O gioia, sai bene che se grido così forte, è a causa tua, perché sento ancora la tua chiamata”. Tanto più la ferita sanguina, tanto più forte è l’appello che la gioia fa; lei che non viene a ridurre la frattura, ma a ingrandirla. Questa è l’idea forte del dramma di Hadjadj; altrettanto forti sono le figure degli amici di Giobbe, letti in chiave moderna. Da chi consiglia a Giobbe di regolarizzare il respiro, di vedere positivo o di fare la meditazione trascendentale, a chi, come la moglie, gli suggerisce una separazione indolore, mediante una semplice pillola. Ed è grazie a ciò che Hadjadj ha il grande merito di rendere attuale la storia sacra, altrimenti letta come reperto archeologico. A tutti gli amici e ai parenti Giobbe dice “sei qui e questo mi tocca”, ma, nessuno di loro pensa che questa semplice condivisione sia molto; ciascuno vuole dare la propria spiegazione della sofferenza; nessuno con lui sa attendere quello che Dio ha da dire sulla questione. L’unico che da Dio si aspetta tutto, soprattutto la gioia che ha promesso, che non si accontenta di una spiegazione qualsiasi o di una soddisfazione a buon mercato, è Giobbe: l’uomo fatto per la gioia.


Nato nel 1971 a Nanterre, filosofo ed intellettuale francese di cultura ebraica, Fabrice Hadjadj si è convertito nel 1998 al cristianesimo. Collabora con Figaro Littéraire e Art press, insegna filosofia e letteratura al liceo privato cattolico Sainte-Jeanne-D’Arc di Brignoles. Autore di diversi libri, nel 2006 ha vinto il Grand Prix catholique de littérature. Sposato con l’attrice Siffreine Michel, è padre di 5 figli.

Andrea Maria Carabelli nato a Milano nel 1976. Dopo essersi laureato in Lettere Moderne all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, nel 2000 ha pubblicato per Vita e Pensiero, L’intoppico dell’Ambleto di Testori. Come attore corporeo si è formato seguendo per 5 anni la Scuola di Arti Circensi e teatrali diretta da Carlo Rossi, allievo del clown ceko Bolek Polivka. Come attore vocale si è formato seguendo Sandro Lombardi dal 2001 nella Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze: L’Ambleto di Giovanni Testori, Grimmm di Francesco Niccolini, I giganti della montagna di Luigi Pirandello, Passaggio in India di Forster (2009-2010). Insieme al regista e collega Giorgio Sciumè ha fondato la compagnia teatrale Studi imperfetti. Nel 2011 ha diretto e recitato con Franco Branciaroli nel Processo e morte di Stalin di Eugenio Corti. Con Roberto Trifirò nel Job di Fabrice Hadjadj ha debuttato al Teatro Franco Parenti di Milano dal 17 al 22 gennaio 2012.