Elektra

5 Dicembre 2011 By

Elektra è una tragedia in un atto unico scritta tra il 1901 e il 1903 da Hugo von Hofmannsthal, variazione novecentesca di quella di Sofocle, qui interpretata da Elisabetta Pozzi.
Sorretta da un unico sentimento, il desiderio di giustizia, Elettra è la figlia di Agamennone, che vive lunghi anni accanto a chi le ha ucciso il padre, la madre Clitemnestra con la complicità di Egisto l’usurpatore, aspettando il ritorno a Micene di Oreste, il fratello cui è affidato il compito della vendetta.
Elektra è un “testo poetico”, non è poesia, non è drammaturgia, assomiglia molto di più ad Amleto che alla sua omonima classica. La poesia è utilizzata da Hofmannsthal per distruggere il concetto di azione, ed Amleto è il primo grande personaggio moderno intento più a ragionare che a muoversi, che vuole uccidere ma non riesce a farlo. L’azione le è negata, buona solo ad immaginare il matricidio ma incapace di agire, prigioniera nella sua stessa follia.
Elektra è tra i capolavori del decadentismo, uno dei migliori “pezzi d’epoca” dello Jugendstil, del liberty, ma un regista consapevole sa benissimo che per quanto affascinante siano i testi partoriti da quella corrente, oggi devono trovare una collocazione pertinente sui nostri palcoscenici, affinché possano raccontarci qualcosa che ci tocchi e ci emozioni. Perciò il regista Carmelo Rifici non usa la musica di Strauss, che non avrebbe concesso di guardare il testo da un altra prospettiva, ma anzi la ambienta in un palazzo distorto, dove i personaggi, vestiti in abiti da manicomio, con reminescenze shakesperiane più che sofoclee, ad ogni parola pronunciata fanno nascere il dubbio se siano personaggi che fanno vivere l’incubo di Elettra, o incubi essi stessi di chi li guarda.