Donne, Bambole e Revoluciones
21 Maggio 2012
A cavallo fra l’800 e il ’900, tre donne, tre protagoniste, diverse tra loro per estrazione sociale, contesto storico, abitudini familiari, ma unite tra loro da un’unica aspirazione: decidere di essere se stesse nonostante le convenzioni del tempo. Così Sissi (1860) si allontana dalla Holfburg, dalla corte, dall’ostile e dispotica Sofia, dal marito e perfino dai figli, in preda ad una sorte di furore. La destinazione non è importante. Questa donna instabile trova il proprio equilibrio solo in un universo in movimento o sulla sella di un cavallo fuggendo le norme e il conformismo di Vienna. E’ un dolce pomeriggio di settembre del 1898 quando sul lago di Ginevra la lama di Luigi Lucheni si conficca nel petto dell’imperatrice d’Austria, ormai malata nel corpo e nello spirito, dandole quella morte a cui lei anela: improvvisa, senza soffrire, lontano dai suoi cari e senza soffrire. Alla fine assassino e vittima si incontrano in un valzer grottesco, emblema di un comune ideale.
C’è poi Frida Kahlo (1810): selvaggia e passionale come il suo paese di origine, il Messico, violenta e dolcissima come il suo attaccamento alla vita, visionaria e realistica come i suoi quadri. Allieva, moglie e musa di Diego Rivera, importante naturalista messicano che, ispirandosi agli ideali rivoluzionari, narra sui muri degli edifici la storia e le tradizioni del suo paese. Frida fu colpita dalla poliomelite a soli diciassette anni e da un grave incidente stradale che le impedì di conoscere la maternità. Dopo un interminabile serie di interventi chirurgici e il dolore per gli incessanti tradimenti di Diego, parteciperà attivamente alle vicende rivoluzionarie messicane, trovando nella pittura lo strumento più versatile per esprimere la sua vitalità.
Infine, è in una Mosca del 1917, insanguinata dalla rivoluzione bolscevica di ottobre, ed in preda ad una terribile carestia che vive e scrive Marina Cvetaeva. Donna forte ed indipendente ma tremendamente poco pratica, si trova a dover lottare per sopravvivere in condizioni di estrema miseria, a vivere di elemosine e a ricavare il sostentamento per la famiglia da pubbliche letture. Tutto ciò la prova ma non la piega: lavora, scrive, raccoglie la legna, fa il bucato, cuce con le sue esili dita ora ingrossate dal lavoro. Eppure queste stesse dita guidano la penna sulla carta. Scrive versi, prosa ed interi poemi. Costretta a lasciare la sua amata patria, vaga per l’Europa. Come un uccello migratore viaggia da un luogo all’altro. Fugge. Alla ricerca disperata d’amore, afflitta da continue disillusioni, sola di fronte agli altri e agli eventi del mondo. Marina con i suoi versi continuerà per tutta la vita a sfidare la consuetudine, il perbenismo, le forme accettate, fino a compiere il gesto estremo.