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Selvazzano Dentro


Un oratorio dedicato a San Pancrazio (prima metà dei secolo XIX) dove sono custodite le tombe di alcuni membri della famiglia Capodilista affìanca il cancello di accesso alla Montecchia.


VILLA EMO CAPODILISTA
(loc. MONTECCHIA)
Via Montecchia, 16
fraz. Feriole
Zona
Montecchia
Tel.049 637294 – Fax 049 8055826
E-mail: lamontecchia@libero.it
Web: www.lamontecchia.it
Biglietti: € 6,20 € 5,20 ridotto. Visite su prenotazione solo per gruppi min. 25 persone
Orario invernale festivo/feriale
mer e sab ore 16 e 17.30
Periodo di chiusura
16.11- 14.03
Accesso disabili: no

Un oratorio dedicato a San Pancrazio (prima metà dei secolo XIX) dove sono custodite le tombe di alcuni membri della famiglia Capodilista affìanca il cancello di accesso alla Montecchia. Un viottolo in terra battuta che si snoda sul versante meridionale ci porta sulla sommità dell’altura su cui si erge, al centro di un giardino all’italiana, una delle più singolari ville venete.
E’ un edificio a pianta quadrata con ripartizione a croce delle singole stanze. I quattro prospetti sono perfettamente identici tra loro.
“La pianta della villa è assai originale” – ha osservato Mario Botter, autore dei restauri compiuti negli anni Sessanta e della pregevole monografia.
La Villa Capodilista di Dario Varotari a Montecchia – staccandosi dal consueto tipo veneto, dimostra l’alto grado di sensibilità del progettista. Alla sua genialità e al suo estro pittorico si deve la mirabile fusione tra il singolare complesso architettonico e il delizioso paesaggio circostante.
Ogni arcata delle logge e ogni finestra inquadra un vivo squarcio panoramico con quinte prossime costituite da alberi isolati o a gruppo, con la visione degli Euganei e delle Alpi.
Le logge, sia quelle terrene che le superiori, fino al secolo scorso, giravano completamente intorno all’edificio, offrendo una passeggiata coperta altamente suggestiva. Il concetto ispiratore fu quello antico del chiostro ma con una disposizione diametralmente opposta, cioè aperto verso l’esterno. Il progetto della Montecchia è unanimemente attribuito a Dario Varotari (Verona 1539-1596) e può essere datato intorno al 1578. Al Varotari, che qualche anno prima lavorò come pittore nella vicina Abbazia di Praglia, si deve anche la decorazione pittorica della villa, per la quale si giovò della collaborazione di Antonio Vassillacchi detto l’Aliense (Milo 1556 – Venezia 1629). Non è stato invece ancora risolto il problema dell’attribuzione delle grottesche della loggia di mezzogiorno. Per la loro alta qualità stilistica si è ipotizzato l’intervento di uno specialista in contatto con la scuola romana o vicino a Giovanni da Udine. Delle quattro stanze dei piano terreno, perfettamente uguali, la più interessante è la “camera della vigna”, il cui soffitto, interamente affrescato, mostra un pergolato ricchissimo di foglie e di grappoli, sul quale si arrampicano amorini completamente nudi. E’ opera del Varotari.

Allo stesso è attribuito anche l’affresco del soffitto della “camera delle ville”: è una scena allegorica che mostra il Tempo e la Virtù che scaccia il vizio. Il nome della stanza si deve alle vedute che riproducono le ville possedute dai Capodilista.

 

CASTELLO SUL MOTTOLO
(loc. Montecchia)

L’insieme degli edifici che ricopre la piccola altura euganea del Mottolo è da secoli la gastaldia della nobile famiglia Capodilista, centro amministrativo e di raccolta dei prodotti provenienti da una vasta tenuta agricola. Vi si accede attraverso un grande portone sovrastato da una robusta colombara che svetta su un lungo edificio cresciuto parallelamente alla strada nell’arco di più secoli. La parte più antica è rappresentata proprio dalla colombara che esisteva già nel secolo XVII. In questo lungo fabbricato fino a qualche decennio fa abitavano il gastaldo e i contadini addetti alla conduzione della grande azienda agricola dei Capodilista. Una parte dell’edificio conserva ancora la destinazione originaria di cantina, granaio e ricovero attrezzi. All’estremità meridionale si segnala la singolare architettura del corpo con scala, lavorato a faccia vista e sorretto da tre archi policentrici, databile tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo. Oltrepassato il portone, ci si presenta uno scenario prettamente medievale. Sul Mottolo si erge un castello il cui elemento dominante è una robusta torre quadrata. In realtà la fisionomia attuale è il frutto di una serie di pesanti interventi edilizi, realizzati tra il 1924 e il 1928, che hanno radicalmente trasformato le strutture originarie. Il corpo più antico è la torre che si innalza al centro del Mottolo. Risale al XIII-XIV secolo, mentre l’ala nord-orientale fu aggiunta nel secolo XVII. Negli anni Venti la torre fu modificata con la risagomatura delle finestre e l’eliminazione delle merlature. L’ala settentrionale fu parzialmente ricostruita e adattata al resto dell’edificio. L’ala meridionale invece fu costruita ex novo con una torre all’angolo nel vertice sud-est che venne collegata con un muro a quella nord-orientale. Si ottenne così un cortile chiuso al posto del preesistente spazio aperto.
All’interno della Fattoria Medievale possono essere affittati alcuni appartamenti che sono stati ristrutturati con cura e buon gusto.

CA’ BIGOLIN

Alla destra della nuova Scuola Media, si apre un lungo viale di giovani pini mediterranei che conduce ad un austero edificio a pianta quadrata disposto su due piani: è Ca’ Bigolin. Sulla scorta di un’attenta e recentissima indagine storico-artistica è emerso che l’edificio venne ricostruito dalla nobile famiglia padovana dei Bigolin attorno al 1540.
Originariamente la facciata principale era quella rivolta al fiume, nobilitata dal portale che presenta due figure in pietra tenera corrose dal tempo e dagli agenti atmosferici. Non era però soffocata come oggi dall’argine, frutto di una sistemazione idraulica dei primi decenni dell’ottocento. All’interno è un prezioso ciclo di affreschi con scene allegoriche, opera di Lambert Sustris, pittore olandese attivo a Padova negli anni 40 del secolo XVI.
A poca distanza dal palazzo si trova una bella barchessa a pianta rettangolare a 5 archi rivolti a sud. Fino ad un paio di decenni fa fu utilizzata in parte come abitazione.

 

VILLA CESAROTTI FABRIS

via Cesarotti, 17/19
Visitabile su richiesta
Mostre ospitate
sede del Museo Selvaggianesco

La villa fu edificata nel Seicento dalla famiglia Cesarotti di Padova. Nel 1871 vi si trasferì l’abate Melchiorre Cesarotti(1730-1808), letterato, filologo e traduttore padovano che fece della villa la sua dimora di campagna.
All’interno della villa, che per tutto il XIX secolo fu meta di visite da parte di personaggi illustri quali l’Alfieri, Madame de Stael, Ippolito Pindemonte, si trovavano le stanze che il Cesarotti aveva chiamato della Filosofia positiva, della Filosofia pratica, della Letteratura.
All’inizio dell’800 l’edificio si trovava su una stretta ansa del Bacchiglione, poi interrata e ridotta a coltura, sicchè ora la villa è lontana dal fiume. Il proprietario provvide inoltre alla progettazione, secondo i canoni inglesi, del parco, che presentava un boschetto funebre con statue ed iscrizioni. Quando l’ansa del Bacchiglione fu interrata, il magnifico parco della villa venne privato dell’acqua,suo elemento vitale.
Le numerose donazioni di “naturalia”, hanno permesso di allestire presso la villa il Museo Selvaggianesco.


CA’ FOLCO ZAMBELLI
(Asilo Infantile – loc. Tencarola)

A sud della chiesa di Tencarola chiuso tra gli impianti sportivi della parrocchia e le recenti costruzioni di via Venezia, si erge l’elegante complesso che ospita l’asilo infantile “Maria immacolata” e la residenza delle suore “Ancelle di Maria Immacolata Istituto Clair”.
L’articolata costruzione eretta sul finire del XVI secolo dalla famiglia Zambelli, detta dal Volto, era inizialmente composta solo dall’edificio padronale (attuale residenza delle religiose) a tre piani (terra, nobile, soffitta) e da un monumentale porticato che occupava parte della sede stradale di via Venezia, demolito tra il 1940 e il 1965.
Al secolo XVIII risale invece la costruzione della foresteria (ora sede della scuola materna), che collegava i due primitivi edifici, e del grande deposito adibito a cantina e granaio ancora esistente e visibile sia da via Venezia – a sinistra dell’ingresso carraio dell’Asilo – che da via Firenze. Il deposito è inoltre riconoscibile per la lavorazione a “faccia vista” dei muri perimetrali, privi cioè di intonaco esterno.
Sulle origini della famiglia Zambelli poco si sa. Un Varisco Zambelli è documentato nel 1575 per aver contratto affari con l’Università dell’Arte della Lana di Padova. Nel corso del XVII e XVIII secolo la famiglia incrementò notevolmente le proprietà fondiarie a Tencarola; sul finire del XIX secolo l’ultima discendente unì il proprio cognome ai Folco di Vicenza. Pochi anni dopo l’immobile e i terreni vennero frazionati e ceduti; nel 1919 villa, foresteria e un ampio appezzamento di terreno recintato dall’alta mura che ancora lo circonda, passarono nelle mani dell’Istituto Clair che l’8 dicembre 1920 inaugurò l’asilo infantile. Nel corso della I^ e Il^ guerra mondiale accolse ospedali da campo per i soldati feriti in combattimento.

 

VECCHIA PIEVE E CANONICA
(Auditorium S. Michele)

La Chiesa domina la scena non soltanto per la sua mole, ma anche per la sua posizione che è la più elevata della piazza.
Dopo il recente restauro che l’ha completamente messa a nudo, la sua facciata, unitamente al campanile che ne copre quasi la metà, ci si offre come una pagina aperta di un avvincente libro di storia. Una pagina sulla quale è riassunta per sommi capi la storia ormai bimillenaria del sito, dall’età romana al secolo XIX. I frammenti di un cippo sepolcrale inglobati nella base della torre campanaria ci parlano della lunga e radicata presenza romana, a cui rinvia d’altra parte anche il toponimo Selvazzano (probabilmente da Salvitius, il nome di un assegnatario di un fondo agricolo). Ricomponendo correttamente i pezzi, si legge: In fron(te) p(edes) XXVIII, retro p(edes) XXVII. E’ la prova dell’esistenza di un’area cimiteriale romana, confermata anche dal ritrovamento in anni recenti di un altro frammento di un’epigrafe funeraria databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.. Posando lo sguardo sulla facciata, è facile distinguere il prospetto dell’antica pieve medievale dalla sopraelevazione realizzata nella prima metà dell’ottocento.
Ottocentesca è anche la definitiva sistemazione del campanile, avvenuta dopo la totale ricostruzione del 1665. Tuttavia per ricostruire in dettaglio la storia del sito e della chiesa non basta la “lettura” della facciata. E’ necessario far riferimento altresì ai risultati degli scavi archeologici compiuti durante il restauro.
Dopo aver confermato che la chiesa sorge su un’arca cimiteriale databile all’età romana imperiale, l’indagine ha rivelato che un edificio sacro con abside semicircolare fu costruito in età alto-medievale con materiale di recupero di epoca più antica. L’intitolazione a S. Michele farebbe pensare all’età longobarda. Nel basso medioevo, forse nel secolo XII, il primitivo edificio lasciò il posto ad una costruzione più grande, la cui facciata – come si può constatare – è quasi integralmente conservata.
In età moderna questa chiesa, che aveva l’ampiezza dell’attuale, ma una lunghezza inferiore, subì svariate trasformazioni: fu ad esempio, innalzata la pavimentazione per fronteggiare le frequenti piene del Bacchiglione, che allora non era ancora imbrigliato dalle poderose arginature di oggi.
Alla fine del Settecento, su progetto di Carlo Breda, fu eretto un nuovo presbiterio e conseguentemente si ottenne l’allungamento della navata. L’opera di ampliamento è da mettere in relazione con una significativa crescita demografica ed economica della parrocchia. Mezzo secolo dopo fu innalzata la navata per adeguarla al nuovo presbiterio e inoltre venne riattata la torre campanaria che assunse l’attuale fisionomia.
Nella seconda metà del secolo XIX, durante il lunghissimo e operoso arcipretato di don Pietro Pedron, la chiesa ,ormai completata nelle sue strutture architettoniche, si trasformò in un piccolo scrigno d’arte, accogliendo pregevoli arredi sacri e numerosi dipinti di scuola veneta, in gran parte ottenuti in deposito dal demanio ed oggi collocati nella nuova arcipretale. Dopo la grande guerra la costruzione delle due ali ai lati dei presbiterio fu il coronamento di un’opera che aveva ormai alle spalle oltre un millennio di vita.
La vecchia pieve rimase luogo di culto fino al 1959, anno di inaugurazione della nuova arcipretale.
Negli anni seguenti, improvvidamente trasformata in un laboratorio artigianale, subì un rapido degrado che ne mise in forse la stessa esistenza. Poi, fortunatamente, negli anni Ottanta l’iniziativa congiunta delle autorità civili e di quelle parrocchiali ha reso possibile un suo pieno recupero grazie ad un restauro filologicamente ineccepibile. A sinistra della chiesa, oggi trasformata in auditorium, è la casa canonica, eretta alla fine dei Settecento.
L’austero edificio, completato ed abbellito dall’arciprete Giuseppe Sudiero (1796-1819), reca sulla facciata le tracce ormai sbiadite di una meridiana, mentre all’interno, sopra le porte dei due saloni passanti, presenta riquadri dipintiche richiamano, per i soggetti rappresentati, i motivi decorativi adottati dall’abate Melchiorre Cesarotti, di cui don Sudiero era amico, nell’abbellimento della sua vicina residenza di campagna.

Web: www.comune.selvazzano-dentro.pd.it

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