Non spegnere la luce
29 Ottobre 2015«Lacrime di tristezza mi rigavano il viso – scrive la padovana Cristina Marcato, autrice di “Non spegnere la luce” pubblicato da Cleup – pensavo che anche una semplice passeggiata per me era impossibile». Il romanzo, scritto in un vero e proprio flusso di coscienza privo di inibizioni, è il racconto in prima persona di una donna che, in preda alle ansie e alle nevrosi, affronta con difficoltà la vita di tutti i giorni. Solo l’amore di Marco, il suo compagno, conosciuto in una struttura che ospita la “sua gente”, così come Cristina chiama i malati psichiatrici, è in grado di darle quella spinta in più a migliorarsi, ad affrontare la realtà. Incolpare gli altri è troppo comodo, racconta Cristina, il suo passato di abusi non deve condizionarla per tutta la vita. La chiave per essere una persona più sicura parte da un’analisi del sé che, complice la penna rivelatrice, non deve essere menzognera. Cristina, bisognosa di affetto, è manipolatrice: è sua premura infatti avvisare gli psichiatri di stare attenti con lei, di non cedere alle false promesse ma di insistere fino a quando lo scavo della psiche diventi un pozzo senza fondo. Come scrive il dottor Roberto Gava nella prefazione del libro, questo racconto, anche se non ha una struttura ben definita, è una forte testimonianza di come la «croce» della malattia possa essere superata solo quando la volontà del malato diventa portatrice di un desiderio di cambiamento e di crescita. Senza collaborazione non c’è psichiatria: la vicenda di Cristina lancia un messaggio di speranza perché ora, con l’aiuto dell’amore di Marco, è finalmente in grado di affrontare una vita di coppia serena, nei limiti del controllo. Lo “spoglio” fatto con la scrittura fa parte della voglia di mettersi in gioco, di dare fiducia al medico. «Non credete di farcela da soli – commenta l’autrice – batto sul tasto della fiducia perché è il primo grandissimo passo che noi facciamo verso la via dell’accettazione di noi stessi, della conoscenza dei meccanismi che inneschiamo, dell’accettazione di una convivenza con una terapia farmacologica». Questo viaggio introspettivo nella psicosi si conclude con la “resurrezione” di Cristina, che ora vive la vita che ha sempre desiderato insieme a un uomo in grado di capirla e amarla.
Camilla Bottin