Io sono il Nordest
6 Aprile 2016Nel libro “Io sono il Nordest”, un’antologia a cura di Francesca Visentin che raccoglie 18 “voci” femminili, le più crude e potenti del Triveneto, compare una proprietà, l’«umile resilienza», che ben si adatta alla figura di donna, con la sua capacità di resistere nei secoli agli urti della Storia e dell’Uomo senza mai piegarsi. Senza le donne armene un popolo intero non sarebbe sopravvissuto, racconta Antonia Arslan nel testo “Tempi di Erode”: «salvare una vita ammaccata è comunque sempre meglio che perderla», le donne districheranno poi «i diversi fili dell’amore con sapienza e illimitata pazienza». La figura femminile, portatrice di vita, nel racconto di Isabella Bossi Fedrigotti, diventa anche in grado di provvedere economicamente alla famiglia, con una consapevolezza tutta nuova del proprio ruolo all’interno della società. Madri che lavorano finalmente riscoprono diritti basilari e lottano affinché vengano riconosciuti: su quel ponte, in Trentino, un grazie sorge spontaneo per le Zigherane, che hanno fatto passi da gigante per dare importanza alle pari opportunità. La solitudine di una donna, abbandonata a sé stessa da mariti poco presenti, rivive nelle generazioni da nonna a madre a figlia in contesti storici diversi. La protagonista del racconto di Irene Cao si chiede se amare sia una cosa vera. Lo è di sicuro, vista la forza d’animo che porta a non cedere mai alla sfiducia. Ognuno rivendica una sorta di possessività nei confronti delle persone amate, con quei nomignoli buffi. Sembra «roba loro», scrive Mary B. Tolusso, ma quanto si trasforma in «un ricordo impolverato e privo di significato»? La nostalgia per un passato che avrebbe potuto avverarsi porta a momenti di crisi: la clochard dagli occhi di ghiaccio di Gabriella Imperatori ha scelto di vivere con fierezza un’esistenza ai margini della società, in nome della vita mancata. Dire che la famiglia è una prigione può sembrare uno slogan politico che invita all’evasione femminista ma per la madre di “Io mi salverò” di Micaela Scapin ritagliarsi un po’ di tempo anche solo per andare dall’estetista è un’impresa impossibile. Sommersa dai bisogni della famiglia che ha sempre anteposto ai suoi, questa donna riesce infine a dire “basta”, a pretendere rispetto. Rinunciare ai sogni per gli altri non vuol dire doversi annullare completamente in un ruolo imposto. A dire di no è anche la scrittrice di “Goodmorning Nordest” che s’impunta contro i luoghi comuni del finto buonismo. La provincia, piccola, ignorante e confortevole culla di stereotipi, è secondo Barbara Codogno una terra che avrebbe bisogno di una scrollata. Ma in realtà le verità scomode sono sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato. Pensare con scherno a una donna vecchia che desidera un figlio è crudele, il dolore è umano. Non fate le stronze, chiede Federica Sgaggio. Così come le mamme che si ostinano a voler ignorare il “Save the Date” della donna in carriera Monica che vuole organizzare una festa di compleanno per il figlio. Sempre in viaggio, poco presente, la mamma in questione, nel racconto di Michaela K. Bellisario, pianifica la sua maternità come se fosse un lavoro. Fare felice un bambino non è un lavoro, ma un atto spontaneo, gratificante. La domestica del racconto “Pranzo d’anniversario” di Francesca Diano, salvata da una vita di miseria dal Dottore e dalla Signora, capisce benissimo il valore della gratitudine, consacrando il ricordo della Signora in una preghiera perpetua.
Andando avanti nella lettura ci si imbatte nella solidarietà femminile che accomuna due donne, una giovane e l’altra meno giovane, in un destino avverso: Elena Girardin spiega come basti poco per recuperare la dignità, una persona amica. Anna Laura Folena gioca poi sui doppi sensi di una civiltà aliena che finisce sulla Terra e si trova a dover riflettere sul concetto di molestia sessuale. È violenza anche un rapporto non desiderato: la donna del testo di Annalisa Bruni trova finalmente la forza di chiudere la porta a chiave, di lasciare fuori il marito che non la ama più e la vede come una massa di carne poco attraente. Antonella Sbuelz parla invece dei corpi abusati ma vivi delle ragazze dell’Est condotte in Italia con l’inganno, nella speranza di realizzare sogni e aspirazioni. Chiudono l’antologia i racconti di Maria Pia Torelli, di Irene Vella, di Serenella Antoniazzi e di Francesca Visentin. Donne sfruttate a lavoro, donne che devono dimostrare di essere sempre qualcosa di più ma che alla fine sono donne che appena scoprono la loro libertà diventano bellissime.
Il libro, che verrà presentato domenica 10 aprile alle 18 all’Hotel Centurion Palace di Venezia, sostiene il Centro Veneto Progetti Donna Onlus che aiuta donne italiane e straniere in difficoltà, vittime di violenza e maltrattamenti.
Camilla Bottin