Intervista a Carlo Melodia
26 Febbraio 2016La kermesse “Sentieri nel bosco incantato” è stata progettata dall’Associazione Vja – Viaggi Junghiani Analitici di cui Lei è il presidente. Come è nato il desiderio di coinvolgere la città in un evento che abbia come focus la letteratura psicoanalitica e in particolar modo l’immaginazione?
L’idea è proprio mia perché da anni utilizzo nella mia pratica professionale di psicoanalista junghiano l’immaginazione che è lo strumento privilegiato per permettere alla parte cosciente della psiche, l’Io, di entrare in contatto con la parte di gran lunga più antica ed estesa che da oltre un secolo chiamiamo inconscio, e che contiene tutte le potenzialità ancora non espresse della personalità di ogni individuo: parlerò infatti dell’uso dell’immaginazione attraverso i disegni, la manipolazione dell’argilla (tema questo che svilupperò più ampiamente al Congresso mondiale IAAP di Kyoto ad agosto) e la postura e i movimenti del corpo.
La rassegna diventa un’occasione di formazione professionale per psicoterapeuti certificati, ma è aperta anche ad eventuali uditori. Secondo Lei per assistere bisogna possedere specifiche competenze o anche il cittadino di media cultura può riuscire a districarsi in un universo così particolare come quello della psicoanalitica?
La mia richiesta a tutti i relatori, che già per vocazione junghiana tendono ad usare un linguaggio meno concettuale e più immaginativo di altre scuole psicoanalitiche, é di mantenere un linguaggio divulgativo e il parlare di immaginazione e il condividerne delle esperienze sia attraverso immagini tratti dalla psicoterapia sia attraverso le improvvisazioni musicali e artistico-figurative, dovrebbe agevolare tutti coloro che vorranno presenziare.
Il suo intervento, previsto per sabato 27 febbraio, parla dei “muti racconti dell’anima”. Vuole anticipare ai nostri lettori alcuni punti salienti del Suo seminario?
Ho condiviso questa immagine da Orahn Pamuk, premio nobel per la letteratura, che definisce nel suo “Il mio nome è rosso” i disegni come i muti racconti dell’anima. Io non ritengo infatti che la psicoterapia sia la terapia della parola, come molti altri indirizzi psicoanalitici. Ciò che conta è permettere ai complessi, le parti psichiche che non trovano spazio nella mente cosciente, di esprimersi e farsi riconoscere, liberando le emozioni che possono essere imprigionate nelle “segrete più profonde dell’inconscio” perché possano arricchire la personalità dei pazienti, come i tesori che si trovano nei “boschi incantati”, che divengono immagine del potere guaritorio della creatività immaginativa. Come ho cercato di spiegare prima, immagine non significa solo percezione visiva, quella che usiamo per comporre e guardare i disegni, ma anche percezione acustica dei suoni che possiamo emettere parlando o canticchiando, o del tatto quando ci esprimiamo con l’argilla o altri materiali plasmabili, e con la propriocezione, il senso che ci comunica la posizione di ogni parte del nostro corpo. La nostra memoria e i nostri sogni, aspetti essenziali per curarci, vivono non solo attraverso i nostri occhi, ma attraverso le emozioni che si legano a tutte i nostri sensi. Una buona analisi dovrebbe rimetterci in contatto con quante più parti di noi si sono separate dalla nostra coscienza. Per questo in psicologia analitica non parliamo di guarigione, ma di individuazione, cioè ri integrazione delle parti di noi da cui ci siamo separati durante le esperienze più dolorose della vita.
Camilla Bottin

