Il romanzo di Nereo Rocco

13 Aprile 2016 By Elena Bottin

Nereo Rocco, el paròn, da Trieste a Padova per insegnare a tirare in porta a suon di calorosi “mona”: il libro di Guido Barbato, giornalista di Antenna 3 Nordest, dal titolo “Vinca il migliore? Speriamo di no!” è un vero e proprio viaggio nel tempo per recuperare quella figura – diciamo pure mastodontica – dell’indimenticato commendatore, l’uomo che la città di Padova ricorda con incredibile nostalgia. Artefice del “catenaccio”, riesce a evitare al Padova la retrocessione in C e a portarlo in poco tempo in serie A. Con unico obiettivo quello della «salvezza», Nereo spinge i giocatori, ovvero i “muli” come affettuosamente li chiama, a dare il massimo di sé. «Rocco non era, credo, un allenatore dalla tecnica particolarmente ricercata» spiega l’autore «Ho letto che non usasse né al Padova né al Milan lavagne e cose del genere. Gli bastavano però – e non erano poca cosa – la sua competenza, l’intelligenza e la sua grande memoria: era senz’altro un coach preparato, ottimo reclutatore dei calciatori che voleva impiegare nel suo schema di gioco: il cosiddetto “catenaccio”, o “mezzo sistema”, o “all’italiana”, come lo definirono i giornalisti dell’epoca. E se si ritrovava in rosa giocatori – diciamo così – d’occasione, come accadde al Padova con molti di loro arrivati come scarti da grandi squadre come Sampdoria, Juve, Triestina sapeva comunque motivarli al massimo: con la conoscenza profonda, il tempo passato insieme anche fuori dal campo di gioco, con la creazione di un ambiente goliardico, piacevole fino alle risate generate dalle sue formidabili battute di spirito e, al tempo stesso serio, professionale, con metodi di allenamento e di comportamento consoni a un team di calciatori di serie A, quali erano quelli del Padova. Molti poi lo definiscono ancora oggi un fine psicologo». Era solito a rivolgersi ai calciatori più anziani in questo modo: «Te jèri campion, no ti pol finir bidòn». Uno dei casi più eclatanti di recupero di Rocco è quello di Kurt Hamrin, l’uccellino che veniva dalla Svezia, un giocatore a tutti gli effetti “rotto” a causa di un infortunio. «Fémo e tasémo» disse l’allenatore dopo una visita ortopedica: è bastato infatti un semplice plantare in acciaio per tornare a far volare Hamrin. «Durante la stesura del libro» continua Barbato «ho avuto modo di contattare diversi giocatori che avevano conosciuto Rocco: Gastone Zanon, detto Spazzola, oggi novantunenne, una carriera tutta e solo nel Padova; Humberto “Coco” Rosa, ancora oggi a 83 anni simpatico con la sua parlata argentin-padovana, il quale mi ha regalato dei siparietti davvero divertenti e alcuni anche profondi; Carlo Zerlin, da Cittadella, che arrivò in serie A nel Padova nel 1961 nel campionato successivo alla partenza di Rocco per il Milan. Ma con il grande Padova del paròn giocò alcune partite suo fratello Eliseo detto Ivano, deceduto qualche anno fa. Eliseo veniva dalla Juniores, quella che adesso si chiama Primavera, del Padova: adocchiato da Rocco in allenamento sorprese tutti. Un ragazzo la cui famiglia veniva dai dolori e dalla fame della seconda guerra mondiale la cui storia sportiva al Padova, raccontatami con grande gentilezza dal fratello Carlo, credo sia sconosciuta perfino agli stessi cittadellesi». Il “bocia” di Cittadella, Eliseo detto Ivano, alla sua partita d’esordio segna una doppietta contro il Ferrara. «Molti giocatori allenati da Rocco non solo al Padova ma anche al Milan, al Torino, alla Fiorentina» continua Barbato «lo ricordano anche con la frase “era come un padre per me”. Ai tre ex biancoscudati che ho sentito di persona, ho riservato in coda al romanzo, vicino al bellissimo ritratto del paròn in bianco e nero di Francesco Frosi, alcune loro impressioni che non avevo utilizzato nel romanzo e che però sono significative dell’uomo Nereo Rocco. Quando le rileggo, pensa, mi commuovo pure un po’». L’autore, cameraman allo Stadio Appiani, sa cosa vuol dire vivere le partite nella “fossa dei leoni”, essere a contatto con il respiro e l’entusiasmo della tifoseria padovana. «Sono emozioni indimenticabili, mettono un certo batticuore, anche positivo intendo. A volte il fatto di essere lì mi incuteva anche un po’ di paura, lo devo dire, quando certi comportamenti sugli spalti non erano sportivi e civili. E spesso mi sono chiesto, io che ero lì solo come narratore, che cosa provassero invece i giocatori in campo. Forse un poco l’ho trasmesso al lettore, in qualche passaggio nel romanzo. Al Padova di oggi credo proprio non manchi nulla per tornare in cima: è una gran cosa, a mio parere, che la proprietà sia tornata in mani padovane. Ora gli serve solo il giusto tempo per scalare le categorie della Federazione calcio».

Camilla Bottin