Dimartino

29 Aprile 2013 By Elena Bottin

Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile: ha proprio ragione Antonio Di Martino che con questo suo secondo album ci offre un quadro perfetto, impressionista, di una giovinezza (la nostra) costruita sull’incertezza permanente. Un’incertezza nella quale non c’è la forza di abbandonarsi più, di guardarsi da lontano per piacersi di nuovo e rinnovarsi insieme. E’ a tutti gli effetti uno strazio, proprio come è straziante questo piccolo disco di infinita grazia, capace di mostrarci come sia possibile provare a raccontare una generazione senza spingersi nei meandri del non-gusto finto-sguaiato postmoderno in stile Vasco Brondi. Qua il postmoderno c’è, tra un disco di Modugno, il ricordo di Mario Monicelli suicida in un paese che ci vuole vivi ma senza offrirci granché e il Robert Smith di Friday I’m in love, ma riparte da una narrazione cara al migliore Dalla che non a caso riecheggia anche nei suoni. Un pianoforte accompagna un racconto che procede nell’ostinatamente indieitaliano gioco del descriverci per elenchi, più che per ragionamenti, riuscendo a superare un certo autocompiacimento per la frase ad effetto, l’aforisma, lo spreco di nonsense. Si va più a fondo nei testi ma anche nel suono. Se Cara maestra abbiamo perso era un lavoro che senz’altro lasciava intravedere talento, qua la cura per gli arrangiamenti è maggiore e sebbene sia evidente la radice classica cantautorale di quest’album, si sente anche qualcosa che va oltre nel tentativo di sfondare le barriere delle piccole produzioni italiane.