Dark Dark Dark

26 Aprile 2013 By Elena Bottin

Violoncello, banjo, fisarmonica, contrabbasso, piano e la voce soave e unica di Nona Marie Invie, cui si alterna, in alcuni brani, quella del sodale Marshall La Count: questi gli ingredienti del folk-pop orchestrale dei Dark Dark Dark, quintetto di Minneapolis il cui Who Needs Who (seguito del già acclamato “Wild Go”) si è affermato come il disco della maturità e si è segnalato come uno dei migliori lavori del 2012.
Vengono dagli States ma c’è tanta Europa nei solchi delle loro tracce, che evocano gli scenari bucolici di una terra d’Albione ottocentesca e la dolce malinconia e il vagheggiare romantico della musica gitana. Il tutto shakerato con l’effervescenza del New Orleans Sound e le profondità acustiche del genere Americana.
Contaminazione e nomadismo, dunque; e non solo come cifra stilistica ma anche come ethos e stile di vita.
Non inganni l’apparenza un pò hippy e l’aria strampalata dei nostri. I Dark Dark Dark sono musicisti notevoli e ciò che colpisce nella loro musica è la maturità compositiva ed esecutiva: un’impostazione post-accademica e minimalista è il modus operandi che sottende i loro album e dona ai pur rigogliosi arrangiamenti un tono asciutto e delicato, un’epicità mai ridondante. Come un tornado in punta di piedi. “Possiamo dire con certezza che nella galassia indie è nata una stella, tanto oscura nel nome, quanto luminosa nel suo crescendo artistico. L’ennesimo miracolo americano” dalla monografia a loro dedicata appena uscita su Ondarock