Anthony Coleman

4 Maggio 2015 By Valentina

Anthony Coleman ritorna alla Sala dei Giganti in una situazione che gli è certamente congeniale, quella del ‘recital’ pianistico, ma che è solo uno dei tanti modi in cui si manifesta il suo enciclopedismo. Profondo conoscitore fin dall’adolescenza del jazz degli anni ’20 e ’30, ha studiato pianoforte a tredici anni con Jaki Byard, di cui si può considerare una specie di erede – per la disinvoltura di ambedue nel trapassare dal bebop all’avanguardia allo stride piano – ma anche la composizione tradizionale con Donald Martino, e poi ancora con George Russell: e oggi Coleman insegna al New England Conservatory di Boston nella cattedra Third Stream che fu di Ran Blake.
Artista tra i più colti e onnivori della scena downtown, Coleman è probabilmente il personaggio che ne riassume al meglio i caratteri eclettici: inserito naturalmente nella scena no wave degli anni ’80 (lo si può ascoltare nel 45 giri d’esordio di Glenn Branca), poi a fianco di Elliott Sharp, John Zorn, Marc Ribot (Los cubanos postizos), ha dato una sua versione del tutto personale e ironica, e soprattutto non ideologica, della rinascita neo-klezmer, inventandosi un jazz colorato di immaginari caratteri sefarditici piuttosto che afro-latini… Più di recente ha ‘impersonato’ il dimenticato compositore ebreo-polacco Mordechai Gebirtig e nientemeno che Jelly Roll Morton.
Sospesa “tra Thelonious Monk e Morton Feldman” la musica di Coleman si apre a qualunque possibile suggestione, da Broadway a Anton Webern, sia che si presenti come flusso improvvisativo, sia come ordinatissima partitura per orchestra.