Three in one gentleman suit

21 Marzo 2012 By

Attivi da fine 2002, gli emiliani Three In One Gentleman Suit sono un trio, e non c’erano (quasi) dubbi in proposito. Il loro primo album Battlefields In An Autumn Scenario (Fooltribe Rec, 2003) guadagnò loro una fitta serie di ingaggi live, accanto a nomi più o meno incandescenti e più o meno internazionali quali Sodastream, Yuppie Flu, Perturbazione, El Guapo e Milaus. Proprio durante questo girovagare & mescolare sono germogliate le idee per la qui presente opera seconda, disco conciso (poco più di mezz’ora) come capita d’incontrarne sempre di più, perseguendo la densità quale antidoto alla cacofonia dei tempi moderni. Ora, non so quante orecchie Some New Strategies saprà raggiungere, di certo meriterebbe d’incontrarne molte. Per la vibrante nitidezza dei suoni, per l’azzeccata formula sonora che fa incontrare soul ombroso, struggimenti melodici e spigoli math-rock, tanto da profilarsi come una plausibile – ripeto: plausibile – via di mezzo tra Tortoise e Afghan Whigs con una spolverata di Counting Crows. In altre parole, potremmo inserire questa band e questo disco nel filone del post-rock “redento”, quello del rifiorire melodico sulle macerie (un po’ come – seppur con esiti diversi – è capitato a L’Altra e 90 Day Men). Frutto tardivo forse, ma ben meditato, libero dall’ansia dell’attualità ad ogni costo e dell’inaudito eventualmente. La sintesi compiuta è efficace perché ricca di sfaccettature senza rimetterci in immediatezza. E’ schematica e assieme urgente, problematica ma pur sempre accorata. Si passa con disinvoltura dalle movenze soul inquiete di Two Thousand Steps al breve delirio di Hi-fi Burnout (giustapposizioni ritmiche stranianti, chitarra con smanie jazzy e voce echoizzata). Si percorrono matematiche funk tortoisiane (Modern Age Apologies) e amarezze teatrali à la One Dimensional Man (Approach/Arrival). Il canto guaisce stringato, asciutto e indolenzito, giusto il tempo di marcare il territorio (di rabbia, d’irrequietezza) e ritrarsi, ancora parzialmente devoto a certa prassi “post”. Quando occorre, un piano spande con naturalezza gocce atonali (nello stordente tribalismo noise di Underwater, My Samba) e un trombone strapazza ombre e bagliori (come in Maths Rule The Squadrons). Il fatto che solo due pezzi oltrepassino i quattro minuti (quasi sempre stanno intorno ai tre) è un interessante controsenso, perché ogni traccia sembra sfidare la propria (relativa) brevità per indagarsi a fondo, trascinando ad esempio il valzer-soul di Get Off My Plane attraverso calligrafie liquide, aspre sospensioni funk e un assolo acido che incendia la tensione e acutizza lo smarrimento. La scaletta nel complesso risulta bruciante, quasi trafelata. Ti lascia con la sensazione di fotogrammi impressi sulla retina, conseguenza di una strategia d’improvvisi bagliori e ombre spigolose, che nel finale sembra placarsi, nell’acidità che spaccia struggimento di New Strategies, nel languore allibito e nella voce d’un tratto cartilaginosa di Delikatessen. Difficile prevedere una qualche forma di successo per i TIOGS, doveroso però tributargli interesse.
(SentireAscoltare.com)