Hortus Rosarum

12 Aprile 2013 By Irene Cafagna

L’Associazione Culturale spaziOfficina “Quarnaro” ospita all’interno del proprio spazio  espositivo la mostra personale dell’artista padovana Silvia Patrono a cura di Barbara Peci, Marco Catanio e Lorenzo Silvestre Catalogo in mostra a cura di Barbara Peci.

L’orto come il posto dove coltivare le passioni personali, fare crescere la propria spiritualità nel silenzio e nella solitudine dell’individualità.
Le rose come il sogno, la bellezza, il senso estetico che fa dimenticare il male e sublima la volgarità.
I lavori di Silvia prendono i loro nomi da farfalle, eroine guerriere, colori, fiori, rose…  Una sorta di catalogazione, un gesto ossessionante ma liberatorio al tempo stesso.
In tutti i dipinti ad olio su tela, quasi sempre vengono rappresentate figure femminili a dimensione naturale, spesso rigide, quasi pietrificate, colte in attimi di immobilità fisica e  mentale, che vivono sospese in uno spazio-tempo indefinito, irreale ed inesistente.
C’è la volontà, però, di creare un’altra “realtà nascosta” meno palpabile e più magica, dove cavalieri medioevali si incontrano con antichi draghi e riecheggiano lontane  atmosfere intrecciate a sogni e messaggi nascosti. Dapprima tutto questo si intuisce, ma ad una lettura più attenta emerge dalle decorazioni degli sfondi, che ci raccontano e ci
catturano.
Il lavoro dell’artista risente dell’influenza dell’arte orientale, nello specifico è subito chiaro il richiamo alla decorazione giapponese carica di sensibilità estetica nella rappresentazione della natura dai colori freschi e vivaci; della pittura indiana, dai manoscritti ornati da motivi a campiture piatte di colori forti e l’attenzione per i dettagli realistici. Negli ultimi lavori, mezzi busti di uguale dimensione, c’è un attento studio dei fondi, nella ricerca di sfumature del verde: come la mela, l’oliva, la menta, il mare, il muschio, la foresta, il pino e il verde acido; gradazioni profonde, calde ed elettriche.
L’artista cerca di riprendere la sacralità degli sfondi delle antiche icone russe: “il verde con il bordo d’orato”. Verde, simbolo per eccellenza della natura che si rinnova, figurazione/emblema di fertilità. L’oro invece legato alla luce e alla divinità. Il tutto viene reinterpretato in chiave contemporanea passando attraverso la passione per Balthus e le sue pallide e muliebri fanciulle.
Dal 19 aprile al 12 maggio aperto su appuntamento.