Mostra con le opere del concorso ’Paesaggi (in)visibili’

15 Ottobre 2012 By

L’atto del fotografare è l’atto del rendere visibile qualcosa, fermando il tempo. Ma si può fotografare l’invisibile? Il tema proposto sui Paesaggi (in)visibili si apre quindi su tre percorsi, due di questi scientifici: Gli sguardi ’rubati’ C’è un modo abbordabile di fotografare l’(in)visibile ed è quello di fotografare ciò che consuetamente non si va a guardare. I luoghi marginali e residuali, gli anfratti, i ripostigli della vita, i paesaggi di risulta; i luoghi che furono ambiente di emozioni lontane; i luoghi accantonati; i luoghi visti con gli occhi degli ’altri’; i luoghi del disvelamento non voluto, i luoghi dell’inverecondo e del sopito… Il molto piccolo C’è anche un (in)visibile reale dato dai limiti dello sguardo che l’occhio tecnologico può e vuole vedere, assieme all’occhio biologico. C’è un invisibile che sta oltre la soglia della dimensione degli umana, ma che non per questo manca di esistere. È il mondo chimico e biochimico, è il mondo del molecolare, è il mondo del DNA, è il mondo di tutte quelle dimensioni che la tecnologia dei vari microscopi ha indagato e disvelato passeggiando nel nano-ambiente. Il molto grande C’è una terza dimensione dell’(in)visibile e riguarda il lontano, il troppo lontano, lo sconfinato mondo delle stelle, delle nebulose, delle galassie, dei paesaggi cosmici. E in che modo si inoltra lo sguardo ’aggiunto’ che l‟astrofisica osa e tenacemente vuol stanare rispetto allo sguardo occulto, forse per rendere viandanti la mente e la conoscenza lungo sentieri dove i corpi non sembra saranno mai? Oltre la barriera fisica.