Storia dell’Istria e della Dalmazia
11 Settembre 2013L’ingresso della Croazia in Europa e la Serbia che incalza riportano alla memoria dell’opinione pubblica la tragedia adriatica: quella dei 350 mila italiani che hanno dovuto abbandonare l’Istria e la Dalmazia – vissuto, averi, attività – sotto la minaccia terroristica dei partigiani di Tito. E i nostri libri di storia ancora zitti. Terre affacciate sull’Adriatico, legate da sempre alla sponda italiana. I Romani fondano Aquileia 181 anni prima di Cristo e da quel porto, protetto dalla laguna di Grado, partono per Costantinopoli e Alessandria d’Egitto. Irradiano le loro strade verso le Alpi e i Balcani, l’Istria e la Dalmazia; fondano città dall’impronta inconfondibile, come Pola Zara e Spalato – la patria di Diocleziano – Sebenico e Ragusa. Dopo Bisanzio e il sistema feudale di Carlo Magno, per otto secoli a partire dal Mille l’impronta sarà quella della Serenissima Repubblica di Venezia. Che non cercava conquiste territoriali, ma porti sicuri per la sua grande flotta diretta al Mediterraneo orientale: in cambio della protezione dai pirati e di sviluppo economico e culturale. Lasciando a vigilare i suoi nobilomini e il leone alato sulle porte e i palazzi delle città. Al breve intermezzo di Napoleone, segue la corretta amministrazione austriaca e la Grande Guerra, arriva il fascismo che vuole imporre con la forza la predominante italiana. Del 1943 la ritirata rabbiosa dei nazisti, alla cui violenza fa seguito quella dei miliziani di Tito, che continuano a identificare Istriani e Dalmati col regime di Mussolini. Deportazioni, annegamenti e foibe costringono i cittadini di lingua e cultura italiana ad abbandonare precipitosamente tutto. Due documenti terribili: il rapporto dell’ufficiale degli Alpini Mario Maffi sulle sei foibe da lui esplorate nel 1957, fin qui coperto dal segreto militare; e il manuale per la pulizia etnica ad uso delle brigate partigiane di Tito, redatto dal nobile bosniaco Vasa Cubrilovic, in seguito ministro a Belgrado.