L’arte arcaica di fare il feltro. Incontro con Agostina Zwilling

11 Ottobre 2012 By Valentina

Agostina Zwilling, (Venezia, 1954) è un’artista contemporanea che si esprime tramite istallazioni e svariati mezzi espressivi trovando infine nel feltro il “suo” materiale d’elezione.  Un materiale ’femminile’, che l’artista lavora utilizzando tecniche femminili come il cucito, il processo dell’infeltrimento, la tessitura. Apprezzata da Augusto Orestini  ’’per il forte impegno nel superare i limiti dell’oggetto realizzato e della materia’’, Agostina è un’ artista socialmente impegnata per difendere i diritti civili, in particolare quelli della donna.
La sua creatività si pone al continuo servizio dell’Altro, con l’obiettivo della riscoperta del valore dei rapporti umani, per una vita più ‘vera’ e senza rimpianti. 
Ha esposto in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Stati Uniti (esposizione permanente su Saatchi online). Abita e lavora nella città antica di Verona. Ha fondato l’Italian Felt Academy con l’intento di offrire un contenitore di formazione professionale e artistica.
www.agostinazwilling.it

Un negozio di tappeti orientali, la magia del filo: creare legami è come inventare storie, è un’arte che ha le sue regole e che richiede consapevolezza. Gli incontri successivi vedranno coinvolte anche delle librerie – luoghi dai ‘tanti libri’- per far capire che non esiste solo la ‘merce’, l’involucro libro coperto dalla ‘pelle’ e protetto dalla ‘guardia’, ma che un libro può essere costruito, da soli o insieme, con un contenuto emotivo valorizzato dal dialogo e dal confronto. E’ un corso aperto a tutti?

Noi ‘nomadi’ richiediamo non tanto abilità di scrittura e di poesia nel vergare le parole dell’animo, ma pretendiamo molto di più, forse la cosa più difficile al mondo: essere sé stessi, non risultare ‘passivi’, insomma, non aspettare che qualcuno scriva il Libro della Vita al posto tuo. Si tratta essenzialmente di una scrittura metafisica, emotiva, simbolica. Il libro collettivo è un modo utile per spiegare questo concetto: tutto il gruppo si riunisce davanti a un grande foglio poi diviso e qui a ognuno dei partecipanti può capitare un pezzetto che non è solo suo, ma anche di un altro. Lo scopo è quello di far capire che la vita è più ricca se si va verso gli altri. Infatti il libro che ti porti a casa dopo questi incontri è tuo ma anche di altre persone, è un’esperienza condivisa: non sono le parole scritte a colpire, ma il ricordo di averle scritte in un contesto sociale aperto, in un luogo che ha permesso un confronto, una continua crescita del sé.
In questa occasione ci tengo a sottolineare che ormai non ho più paura, io voglio fidarmi delle persone. Gli incontri devono avvenire in maniera istintiva, animale: io ‘annuso’ le persone e sento di poter accordare loro la possibilità di entrare nella mia vita. Vi racconto un episodio: ho visto una ragazza sotto la pioggia e l’ho fatta entrare nella hall del mio palazzo. Da lì ho scoperto un’amica. Lo rifarei ancora, mille volte. Mi chiedi chi siano le mie collaboratrici. Alcune le conosco perché sono artiste che seguo da tanto tempo, ma mi piace molto l’energia giovane perché penso che i giovani abbiano diritto a un bel posto nel mondo. I giovani sono tutto.

Sicuramente l’espressione del sé non è semplice in un mondo in cui i diritti umani vengono continuamente violati. Quali riflessioni hanno portato alla creazione del tuo capolavoro ‘Il mio è (e) il tuo sangue’?

Ho materializzato qualcosa che semplicemente era dentro di me da tempo, non c’è stato un motivo particolare che mi abbia portato alla creazione dell’opera ‘Il mio è il tuo sangue’ o ‘Il mio e il tuo sangue’: l’alterità è importantissima, non ho mai sentito che il mio sangue fosse solo mio, l’ho pensato prima con la maternità, poi con i rapporti di tutti i giorni. E’ un gioco di appartenenze, il tuo sangue, le tue ferite, quello che tu vuoi dirmi è quello che voglio dire io, ti appartengo e tu mi appartieni, c’è somiglianza, empatia, è davvero qualcosa che va oltre il controllabile.
Cerco di fare ogni giorno un grande lavoro di introspezione, quando io parlo di ferite e di sangue non parlo degli altri ma di me ed è solo quando parlo di me che gli altri mi raccontano di loro. Un paradosso vero? Io credo che siamo nati per essere felici, per fare ogni giorno esperienze che ci facciano crescere. Se tu neghi a un individuo la possibilità di esprimere se stesso, gli neghi il diritto alla vita stessa. Viviamo in un mondo governato da pazzi folli, con un ego enorme, i quali non hanno nessuna intelligenza o capacità strategica ma sfrenata voglia di distruggere. Solo un popolo di gente lungimirante e saggia sa che l’individuo libero è in grado di prendersi la responsabilità del sé. I giapponesi hanno una cultura estrema, molto violenta, ma ritengono che la persona sia la cosa più sacra che esista. Li ammiro moltissimo per questo. Pensa che nelle mie ricerche sulle legature giapponesi, ovvero su come i giapponesi rilegano i libri, ho scoperto che fanno uso di foglie di canapa, materiale usato anche per legare gli individui rei di qualche misfatto. La loro cultura infatti non prevede manette perché le manette fanno male ai polsi e l’individuo deve essere rispettato, ma solo corde di canapa, usate per mettere una persona nelle condizioni di non recar più danno alla società senza fargli del male. Magnifico vero?
La nostra è una società piena di rabbia, incapace di fare delle scelte personali, confusa nella possibilità di sentirsi nel diritto di fare quello che piace. Trattiamo gli altri come se fossero un prodotto di commercio, non esistono più le relazioni. I rapporti tra esseri umani si possono consumare solo nell’esperienza, tutto adesso è più superficiale, non ci si affida all’altro con profondità di veduta. Vorrei confutare un altro paradosso: “Se io ti amo tu mi devi essere grata”, ma no, ma no! E’ solo perché io ho il vantaggio di amarti che mi sento bene, quindi amare è da egoisti. Io sono intellettualmente molto onesta con me stessa e voglio che lo siano anche gli altri, quindi nelle relazioni voglio che tu sia libero di amarmi o di non amarmi, non c’è nessun ‘debito’ perché ognuno lo fa per sè.
L’opera ‘Il mio è (e) il tuo sangue’ è interattiva, si trova al centro di una vera e propria installazione di acciaio dalle dimensioni considerevoli (18 x 10 metri), un telaio enorme steso per terra su cui ho cominciato a fare trame e fili. Questi fili, sottilissimi, medi e grossi, rappresentavano volutamente la possibilità di entrare e camminare dentro la struttura, senza escludere il rischio di spezzare simbolicamente i ‘legami’ tra la materia filata. Certo, possono essere riparati, così come le relazioni umane: tutte le cose fragili si rompono facilmente. Bisogna stare attenti, si può far del male. Tra fili più tesi e fili meno tesi, al centro della ‘vulva’ vuota l’opera ‘Il mio è (e) il tuo sangue’ rappresentava la rinascita e vita. Ci sono state reazioni incredibili, c’era gente che, toccata nell’animo, piangeva.

Il recupero del passato attraverso un linguaggio personale dedito alla ricostruzione di trame di parole e storie: il feltro da materiale povero diventa ‘vita’, una vera e propria ‘pelle’ che ricopre il ‘corpo – sostanza’. Come ti sei avvicinata alla lavorazione di questo prodotto e perché ritieni che sia adatto a valorizzare il ‘sentire’, ovvero il vivere sensazioni?

Il primo approccio con la lavorazione del feltro è stato a Venezia tantissimi anni fa: mi era capitato di assistere all’installazione di un artista tedesco che utilizzava come materie prime grasso e feltro. Le sue opere, tra cui un metro cubo di grasso che colava sopra una sedia – di grande impatto, ve lo assicuro – erano frutto della sua esperienza in guerra, una riscoperta della simbologia e dei materiali che gli avevano permesso di sopravvivere. Conciato male dopo un atterraggio di emergenza in Crimea, si era salvato solo grazie alla gente del posto che l’aveva ricoperto di grasso e messo dentro a un contenitore di feltro. Da qui a diventare un maestro di vita il passo è stato breve. Nelle sue creazioni artistiche utilizzava solo il colore grigio. Questa è una cosa che mi ha cambiato la vita, perché ho capito che se metto il colore l’opera non è solo mia ma diventa anche tua, di tutti. Il grigio è un neutro poiché è il risultante del bianco (somma dei colori) unito al nero (assenza di colore), al suo interno non c’è un colore che valga di più o di meno. Il mio colore preferito, come avrai visto nell’opera ‘Il mio è (e) il tuo sangue’, è il rosso che simboleggia la vita e la sofferenza. Le tinte che uso nell’Arte me le preparo da me e ogni fase della creazione si attiene scrupolosamente alle tecniche antiche.

Nel catalogo online della tua mostra permanente su Saatchi si fa riferimento a ‘female techniques’ e a ‘female materials’ nella composizione delle tue opere: la donna come depositaria di vita, come chiave per accedere a relazioni umane cariche di significati. Vuoi parlarci del tuo progetto della creazione di una ghirba di feltro e di come lo ricolleghi a una tematica ecosostenibile?

La donna costruisce e l’uomo distrugge, ho sempre visto nell’immaginario comune donne che rammendano e uomini che rompono. Donne che recuperano parte di queste cose e uomini che non ne danno valore, i due sessi sono organizzati in maniera completamente diversa. Tutte le donne che ho incontrato, soprattutto quelle della mia infanzia, erano capaci di fare dal niente delle cose grandiose, dal filo recuperato da una tovaglia sfilacciata riuscivano a fare una camicetta. La donna restituisce bellezza, nel senso classico greco. La bellezza intesa non nella creazione dell’oggetto ma nel dargli un senso, si può creare anche con cose molto semplici come il ferro, la terra, il feltro, materiali molto arcaici. Bisogna solo lasciarsi andare e tirare fuori la creatività. Parlando di bellezza, non si può fare a meno di riferirsi alla donna, depositaria di vita. L’acqua è vita. Proprio per questo pratico da più di quarant’anni il principio dell’eco sostenibilità e considero l’acqua un tesoro prezioso come la vita stessa. Il contenitore-simbolo dell’importanza vitale del grembo materno e dell’acqua è la ghirba di feltro.

Scrive Erri De Luca:
A Gerusalemme parliamo di acqua e del pozzo scavato sul mio campo. Il primo getto sparso sul terreno, acqua divisa fra gli alberi e l’uscio di casa. Poca, dosata e resa, non fare che si sciupi. Ricorda quella per lavarsi i denti dopo l’uso raccolta dentro un secchio, serviva per pulire il pavimento e poi strizzata dallo strofinaccio si versava sul solco piantato a cipolle e così ci fermiamo per fare un sorriso: siamo due persone che hanno tenuto da conto le gocce. (Il peso delle farfalle – Erri de Luca)