Incontro con Giulio Mozzi
7 Gennaio 2013
L’ospite di oggi è Giulio Mozzi, il libro da leggere La felicità terrena (Laurana). Il senso dell’assenza, della scomparsa, l’aprirsi improvviso di baratri esistenziali. E ancora la sofferenza della malattia, dell’essere diverso, il perdersi nei piccoli grandi inferni metropolitani, nelle bolge distorte e assordanti delle discoteche. Il dolore del mondo, insomma, del nostro mondo quotidiano, appena riscattato da una pietas che chiede l’accettazione di tutto ciò come unica possibilità di salvezza, in una visione molto cattolica della realtà. È ’la felicità terrena’ di Giulio Mozzi, scrittore padovano alla sua seconda opera di narrativa dopo l’apprezzato Questo è il giardino. Nella nuova raccolta lo scrittore si indirizza verso il genere che egli sente più congeniale: il racconto che attinge con immediatezza cronachistica dai piccoli fatti di ogni giorno, con riferimenti autobiografici. La follia è un tema caro a Mozzi, che riesce a rappresentarlo con sensibilità e senza falsi pietismi. Ad esempio in ’Vanessa’, storia di un’handicappata (vera) impiegata in un ufficio postale: ’Io non mi faccio scrupolo – scrive l’autore – di raccontare la storia di Vanessa perché, in fondo, sono convinto che Vanessa sia inattacabile e indistruttibile. Niente può modificare la sua pazzia, niente può influire sul meccanismo che, dentro di lei, produce la pazzia e, insieme, quella che sembra una strana forma di felicità’. Follia come alterità, ma nell’alterità sta la salvezza, mentre il male si nasconde nella libertà di agire: ’Anche se si decide di vivere nell’obbedienza completa rimane una quota ineliminabile di libertà, grazie alla quale si può compiere il male’. Ma è la scomparsa – l’assenza improvvisa di chi si è conosciuto e amato, con il tentativo e il bisogno di colmare il vuoto lasciato da chi è morto – il filo che unisce i racconti di Mozzi. Una scelta in fondo coraggiosa, che rischia talvolta una neoretorica del sentimento, ma che è animata da un’esigenza etica mai di maniera. Lo sguardo del narratore è misurato, e lo stile rimane sobrio nel tracciare le coordinate dello spaesamento di fronte all’abisso che si spalanca d’improvviso, e sul bordo del quale è vano puntare i piedi: ’Il dolore non è male, il male può servirsi del dolore. Respingere il dolore, sempre e soltanto respingerlo, è male’. I racconti ’Roma’, ’Una vita felice’ (che apre la raccolta, forse il testo migliore), ’Ti ricordi quanta neve, l’anno scorso’, ’Migrazione’, riprendono tutti questo motivo, variamente modulato in una riflessione continua intorno ai significati della vita.