Senza passione l’arte muore: intervista al regista Luca Settimo
30 Giugno 2012
Breve presentazione personale: ti piace narrare, ti definiresti un cantastorie?
Sì, mi definirei proprio così, le radici della narrazione germogliano dentro di me, da sempre è un’attitudine che ho sentito come innata, presente da quando ero bambino. Avevo sei o sette anni, già uno dei pochi a frequentare regolarmente le sale cinematografiche, naturalmente accompagnato dai miei genitori; tornati a casa, io con la mia biciclettina giravo per il quartiere attorniato dai miei amichetti, ai quali mi divertivo un mondo a descrivere nei minimi dettagli quelle storie affascinanti che avevo visto sul grande schermo; è forse da qui che è nata la mia passione per il raccontare. Da adolescente, portavo con me un diario e alla fine di ogni film, mi fermavo in sala ad attendere i titoli di coda, per segnarmi i nomi dei vari componenti della troupe, il direttore della fotografia, il tecnico del suono ecc.; pensavo che un giorno avrei potuto lavorare con loro…
Nella scelta dei films in sala avevi qualche criterio?
Ero allora, e sono tutt’oggi onnivoro, guardo un po’ tutto quello che capita… A dire il vero ho i miei films preferiti all’interno di ogni genere; forse se dovessi scegliere privilegerei il thriller perché è intrigante, ma adoro anche la commedia brillante e non disdegno neppure l’horror, mi attraggono insomma tanto i films dai classici ingredienti indispensabili per evadere dalla realtà per un paio di ore, quanto quelli che invece trasmettono dei valori umani che ti cambiano da dentro, fin dal profondo del cuore. Anche nei miei cortometraggi ho cercato di alternare divertimento ad impegno, un lavoro per ridere con gli amici e un lavoro per trasmettere del mio, ciò in cui io credo: sono esploratore. Ecco, nei miei esordi come autore di cortometraggi, mi sono spesso rivisto nella figura di Ed Wood, definito come il peggior regista della storia del cinema hollywoodiano, un personaggio bizzarro a tal punto, che Tim Burton lo ha celebrato dedicandogli un film: i miei primi corti infatti non riuscivano a sfondare ed è stato a questo punto che mi è venuta l’idea di fare un horror, Deliri di mezzanotte, nel quale mi sono divertito parecchio a ricreare delle scene che erano più che altro degli omaggi al cinema di quel genere, l’horror appunto, con le sue atmosfere tipiche: lo spettro che appare sulla riva più lontana di un laghetto, il lungo corridoio con in fondo la porta lasciata socchiusa su un buio minaccioso… Tutto questo l’ho dedicato a Ed Wood, che ho voluto citare nei titoli di testa. Poi sono arrivate le prime soddisfazioni con Lasciati illuminare.
Lasciati illuminare: una rielaborazione di luoghi collettivi attraverso le tue “risonanze emotive”. Come sei approdato a questo risultato, a questa riscoperta della vita come opera d’arte?
Premetto che questo cortometraggio è stato un punto di svolta nella mia carriera artistica; infatti, prima di realizzarlo io scrivevo sceneggiature molto lunghe, mi intrigavano insomma le trame dagli intrecci narrativi contorti, con un gran numero di personaggi e tante scene, per poi approdare al classico colpo di scena finale, veri e propri film in miniatura. Oltre ad avere problemi a rendere situazioni così complesse in un arco di tempo che va dai dieci ai quindici minuti, dovevo anche affrontare i classici ostacoli degli autori emergenti: non c’erano soldi, non c’erano attrezzature e anche il tempo a disposizione era sempre veramente poco. Pertanto, i risultati finali che ottenevo non erano mai come me li aspettavo; dovevo ogni volta accettare dei compromessi. Ma in ogni caso erano solo le mie primissime esperienze, che mi servivano per sperimentare e quindi per crescere gradualmente. Arrivo poi a capire: basta con trame complesse, meglio concentrarsi su un lavoro molto più breve dove ho bisogno solo di una o due scene, con un solo attore e quel poco cerco di curarlo al massimo, nei minimi dettagli. Ma per fare questo mi serviva una storia dal forte impatto emotivo, volevo dipingere un’emozione, trasmetterla come se il pubblico fosse immerso nella contemplazione di un quadro. E così ho scritto questa sceneggiatura, che parla di una ragazza che va a portare conforto al padre morente, occasione che l’aiuta a riscoprire il valore della vita e di tutte le cose semplici che ne fanno parte. Il corto dura complessivamente poco meno di sette minuti, inclusi i titoli di coda ed è stato il mio primo lavoro che ha cominciato ad essere selezionato regolarmente ai concorsi. E in alcuni casi ha ricevuto anche dei premi, ad esempio al Festival del Cinema Libero di Roma mi è stata assegnata una menzione speciale per il valore etico – estetico, a Corto Fiction di Chianciano Terme ho vinto il premio del pubblico e contestualmente l’attrice protagonista ha vinto il premio come miglior interprete femminile; poi a Cortovisioni di Energheia di Matera mi sono piazzato al secondo posto ex equo e sono stato anche finalista al Festival “Radici – Legami vivi tra generazioni” di Pergine Valdarno. Potrei citare molte altre esperienze positive del genere, ma forse quella che porto nel cuore è l’esperienza di Catanzaro, nel 2009, tre giorni di festival, dove su 478 cortometraggi, mi sono ritrovato tra i 20 finalisti insieme a “15 Seconds”, corto prodotto e interpretato da Raul Bova. Quindici giorni dopo, alla Mostra del Cinema di Venezia, lui era sul red carpet per la presentazione di Baaria di Giuseppe Tornatore, mentre io ero tra il pubblico, ma era una bella sensazione pensare che solo due settimane prima, in un concorso per la prima volta ci eravamo ritrovati praticamente allo stesso livello! Beh, poi in effetti il suo corto ha vinto, mentre a me è stata assegnata una Menzione Speciale: comunque una bella soddisfazione per me.
Quanto c’è di te in quello che scrivi o riproduci sul grande schermo?
Vorrei citare Oscar Wilde: ai giorni nostri l’arte viene considerata una forma di autobiografia; il gusto per la bellezza astratta è andato perduto. Questa citazione, per certi versi l’ho fatta un po’ mia, nel senso che a me piace molto creare dal nulla cose nuove, esplorare dove si credeva non ci fosse più nulla da scoprire, mi piace sperimentare, inventare esperienze emotive inedite e che quindi non mi avevano mai toccato prima, a livello personale. E’ anche vero però che in alcune delle mie opere, c’è qualcosa che obiettivamente riflette il mio modo di essere (succede ad ogni artista!): partendo da una mia personale riflessione, cerco sempre di offrire degli spunti nuovi per dare un senso all’esistenza. Il tuo rapporto con la fantasia: il surreale. Qual è la tua produzione (letteraria o cinematografica) che più rispecchia questi canoni di no limits alle barriere del pensiero? Il surreale pervade i miei racconti di narrativa e anche i miei cortometraggi: in campo audiovisivo ho esordito proprio con un thriller psicologico intitolato La Bilancia, nel quale si parla di una bilancia appunto, che però sembra essere in grado di prevedere il futuro delle persone che ne usufruiscono. Mi fa piacere citare anche un altro lavoro di cui ho scritto soggetto e sceneggiatura, dal titolo Senza fine: il corto all’epoca è stato prodotto dal Cineclub di Padova, nell’ambito di una sorta di laboratorio nel quale ogni socio del club svolgeva una funzione ben precisa, chi curava la regia, chi la fotografia, chi recitava e così via. Lo abbiamo girato nei sotterranei dei Bastioni Alicorno, un ambiente decisamente suggestivo che ci era stato concesso dal Comune di Padova. La storia parla di un uomo che si ritrova inspiegabilmente perduto in un altrove sconosciuto, e compie questo viaggio enigmatico cercando di capire dove si trova e come può venirne fuori, ma alla fine scopre di essere all’interno di un suo incubo dal quale non riesce più a risvegliarsi.
Vivere, scrivere e interpretare un ruolo: secondo te questi tre termini hanno lo stesso significato? Parla del rapporto che instauri con gli attori dei tuoi cortometraggi. Li scegli?
Per i miei cortometraggi, inevitabilmente gli attori li cerco tra le varie compagnie teatrali locali, in quanto sono forse gli unici luoghi dove, quando si lavora a livello amatoriale, puoi trovare persone veramente appassionate per la recitazione e che possono darti una discreta disponibilità. Tuttavia, in linea di principio, tengo sempre a fare una precisa distinzione tra recitazione teatrale e recitazione cinematografica: a mio modo di vedere, nella prima devi essere “attore”, nella seconda devi essere “vero”. Certo, anche scrivere è un po’ come vivere sulla carta; la maggior parte delle persone che scrive, credo cerchi di dare forma sulla carta, alle proprie esperienze vissute o che vorrebbe vivere.
Ringraziando Luca Settimo per averci aperto gli occhi sul mondo dei corti, ci auguriamo di poter presto vedere un suo lavoro. Si possono trovare nel web?
Capisco che il web offra ottime opportunità di visibilità e sicuramente in futuro lo dovrò sfruttare in tal senso, ma per il momento, mi spiace dover dire che preferisco che i miei lavori circolino esclusivamente nell’ambito di circuiti selezionati, cioè io li iscrivo ai vari Festival e dove si ritiene che le mie opere ne siano meritevoli, solo in quel caso mi fa piacere vengano proiettate pubblicamente. Comunque, so che a Istrana c’è una sorta di archivio pubblico, accessibile gratuitamente su prenotazione, dove nell’arco di oltre dieci anni sono stati raccolti migliaia di cortometraggi da tutta Italia, e forse da tutto il Mondo: i miei lì ci sono quasi tutti. Buona visione!