Due film da segnalare per la Mostra del Cinema
3 Settembre 2012
Nel panorama dei film in concorso, pianeggiante fino a sembrare
brullo, si sono levate due alture. Dalla prima si gode il paesaggio della
storia recente e l’aria è tersa.
L’occasione è data da Après mai, il film del regista francese Olivier Assayas, membro del
comitato di redazione di Cahiers du Cinéma dal 1980 al 1985, al suo primo
lungometraggio. Nella Francia, ma bisognerebbe dire nell’Europa, degli anni
settanta molti giovani sentono la necessità di rompere con il passato, con la
tradizione, con i legami familiari, attraverso la rivoluzione. Le posizioni
assunte da quella generazione, mai così disposta a farsi capire prima del film
di Assayas, sono state differenti. L’eroina, la ricerca di culture lontane, la
battaglia politica organizzata nei partiti, quella autonoma, la lotta armata,
la violenza, la rabbia, la creatività, i tragici errori, sono le sfaccettature
diverse che compongono quel fascio di luce, talvolta cupa, che a noi arriva
dagli anni ’70. Il regista francese scompone le singole tonalità di questo
prisma con pazienza, onestà e senza alcuna indulgenza nei confronti di sé
stesso. Il risultato è un film definitivo sul quel periodo, sulla generazione
dei nati dopo la seconda guerra mondiale, sui rapporti d’amicizia, d’amore, di
ideali che legano i protagonisti di un passaggio storico che non possiamo
ignorare o derubricare ad un insieme organizzato di errori di gioventù di
massa. Solo attraverso la completa digestione di quelle esperienze, di tutte
quelle esperienze, intese nella loro singolarità, sarà possibile voltare
definitivamente pagina. Il protagonista del film, Gilles, un giovane artista
alle prese con opzioni personali, familiari e politiche assai difficili, farà
una scelta ispirata unicamente dalla propria capacità di decifrare il mondo. Da
non perdere!
Sarebbe un vero peccato lasciarsi scappare un’altra pellicola che
senz’altro incontrerà un vasto consenso di pubblico quest’inverno: Disconnect un film del regista
statunitense Henry-Alex Rubin. Il figlio di un investigatore privato, quello di
un avvocato, il figlio di un ex marine morto a pochi mesi, e un figlio della
strada, sono i protagonisti di una drammatica vicenda ad incastro dalla quale
emergerà il disperato bisogno di affetto dei minorenni abbandonati, senza
istruzioni per l’uso, ai dispositivi tecnologici. Nel web si creano false
identità, si manifesta il proprio bisogno far conoscere la propria musica, si
vende il corpo, si cerca aiuto per risollevarsi dopo un trauma. Nel web si
creano anche i presupposti per il tentato suicidio di un bambino di undici
anni. Disconnect rappresenta il
tentativo riuscito di un primo bilancio sulla nostra attuale società del
’sempre connesso’, ma è anche, come
scrive il suo regista ’una lettera d’amore a chi si sente
imperfetto e umano’. Rubin è uno
dei cinque registi pubblicitari più premiati degli Stati Uniti d’America: forse
anche per questo il ritmo del film è semplicemente perfetto. Non c’è un solo
buco nella narrazione. Le maglie sono strettissime e la fotografia di Ken Seng
struttura in modo solido le immagini dei 110’ di Disconnect.
(foto di Sara Busato)