La farmacogenomica per il trattamento antipertensivo

21 Novembre 2012 By

È ugualmente noto che esistano varie classi di farmaci per il suo trattamento, tra cui gli ACE-inibitori, i bloccanti del recettore dell’angiotensina, i beta-bloccanti, i calcioantagonisti e i diuretici. Tuttavia, nonostante questa grande disponibilità e varietà, solo circa il 50 per cento dei pazienti che soffrono di questo disturbo riesce a tenere la pressione sanguigna sotto controllo. Perchè? La ricerca scientifica ha fatto passi avanti in questi anni? Per tentare di dare una risposta soddisfacente a queste domande, Julie Johnson, V. Ravi Chandran Professor di Scienze farmaceutiche, Professore emerito di Farmacia e Medicina all’Università della Florida a Gainesville, sarà in Italia il 21 novembre prossimo per la Lecture organizzata da Fondazione sigma-tau a Padova. Ospite del prof. Gian Paolo Rossi, Direttore della Clinica Medica IV, docente del Diartimento di Medicina – DIMED, Università di Padova, Julie Johnson avrà modo di illustrare al pubblico i progressi della ricerca verso una medicina personalizzata nel campo dell’ipertensione. Come sottolinea la stessa Johnson, “uno dei problemi della terapia antipertensiva oggi in uso è che per individuare il farmaco più appropriato per un determinato paziente si procede il più delle volte per tentativi, e questo molto verosimilmente contribuisce al basso tasso di controllo della pressione arteriosa. Se esistessero strumenti in grado di prevedere facilmente qual è il miglior farmaco antipertensivo per uno specifico paziente, probabilmente questo tasso aumenterebbe e forse i risultati sarebbero migliori. Uno dei possibili strumenti per personalizzare la terapia dell’ipertensione è la farmacogenomica, che utilizza i fattori genetici per stabilire quale potrebbe essere la scelta più appropriata. In tutto il mondo, molte équipe di ricerca stanno studiando la farmacogenomica del trattamento antipertensivo al fine di fornire ai medici uno strumento valido per selezionare il farmaco più adatto ai singoli pazienti. Questi studi che, nel corso degli ultimi cinque anni, hanno fatto registrare progressi significativi si concentrano non solo sui predittori genetici della risposta al trattamento ma anche sui predittori genetici dei risultati positivi o negativi (rischio di infarto, ictus o morte) del trattamento antipertensivo”. La Lecture promossa da Fondazione sigma-tau darà modo di entrare nei dettagli di ricerche che mirano a consentire l’utilizzo di questo approccio a livello clinico.