Magazzino 18 con Simone Cristicchi
31 Gennaio 2014Una straripante quotidianità materiale canta la crudezza dell’esodo degli istriani, Simone Cristicchi non li chiama “fascisti” bensì “italiani”: il Magazzino 18 di Porto Vecchio a Trieste raccoglie le masserizie, simboliche nella loro comune situazione di abbandono, di esodati e controesodati dimenticati dalla Storia. E’ uno spettacolo civil – musicale in cui il distratto archivista Persichetti, interpretato da Cristicchi stesso, riprende in mano file e file di dati, ogni sedia riporta una sigla, un numero e la dicitura ‘Servizio Esodo’. Mere informazioni urlate, raccolte e contemplate tramite telefonate al Ministero degli Interni da una scrivania ingombra di fogli, si trasformano, grazie ai multiformi registri di voce del cantante, in prese d’atto dal vivo della tragica situazione che ha visto coinvolte famiglie intere: il sapiente disegno luci offre la possibilità di conoscere i fantasmi del passato, visti in un’ottica di lontananza, così come lo schermo cinematografico sullo sfondo fa risaltare in controluce le memorie strappate poi ricucite con molta pazienza.
Cristicchi non porta un messaggio politico bensì di pace, le sue parole vogliono solo ricordare l’umanità sventurata: l’insieme, piuttosto equilibrato, ha visto la descrizione di entrambi i “fronti”, da una parte, durante l’antefatto fascista, si narra la toccante vicenda della bimba slovena, dall’altra si canta la felicità di un gruppo di operai monfalconesi controesodati che hanno voluto intraprendere la via del “paradiso socialista”. Cristicchi canta “Noi siamo operai” con un incredibile effetto visivo: alle sue spalle, sullo schermo, lo segue un gruppo che, al pari di lui, canta e solleva il bastone per dare il tempo di marcia. Peccato che non ci sia un lieto fine, gli operai sono finiti poi in un campo di concentramento comunista. Con la sapiente regia di Antonio Calenda e il supporto testuale di Jan Bernas, Cristicchi si fa gigante: due ore di spettacolo da solo sulla scena, con musiche e canzoni inedite a volte accompagnate dalla chitarra, a volte intervallate dalla parte cosiddetta recitata, è un riportare in vita “lo spirito delle masserizie”, ad ogni oggetto viene assegnata l’anima del suo precedente proprietario. Un paragone poi, forse un po’ azzardato, ha visto contrapporsi gli emigranti italiani che inseguivano il sogno americano agli esodati istriani costretti a lasciare ogni cosa e venire in Italia con un carretto, nell’indifferenza totale: chi è andato in America non l’ha fatto per inseguire ideali d’avventura ma per una precisa condizione economica a dir poco disperata, sembra che la scelta di fondo abbia in ogni caso dei motivi di costrizione. Non si criticano i “partigiani con la stella rossa”, i soldati di Tito così spesso demonizzati nell’immaginario collettivo, ma si rivalutano gli esodati, dimenticati dalla Storia e stipati, per via oggettuale, in un magazzino che nessuno più reclama. Si chiude poi con una suggestiva immagine, una fila di sedie vuote, con i proprietari in forma di spirito: solo ora a loro è stata ridata memoria.
Il teatro Farinelli di Este, per la rassegna teatrale che vede una selezione di spettacoli di qualità, era ricolmo di gente: questo dimostra, contrariamente alle previsioni, che c’è ancora chi si interessa. Chi ricorda.
Il 10 febbraio ci sarà poi la trasmissione televisiva dello spettacolo sui canali della RAI, se non l’avete ancora visto non perdetevelo, merita.
Camilla Bottin


