Il 16 aprile a Piove di Sacco   
Intervista a Simone Marzini

Intervista a Simone Marzini


Intervista allo scrittore padovano che appartiene alla Generazione Sugarpulp: dopo 'Portello Pulp' e 'Nordest Farwest' ci avviciniamo alla conclusione della trilogia Pulp.


I tuoi personaggi sembrano degli sfigati, dei reietti della società. Cosa ti ha portato a focalizzarti su una realtà di periferia? Quanto degli ambienti descritti nel libro è frutto di una tua conoscenza diretta?
I miei personaggi non sembrano degli sfigati, o dei perdenti, ma lo sono. La scelta di mettere in scena un racconto con personaggi borderline è nata quasi per caso, prendendo come esempio alcune persone che ho conosciuto ed esasperandone in negativo alcune caratteristiche, in modo anche eccessivo se vogliamo. La scelta ha un valore narrativo perché avere in campo una squadra di imbecilli (è il caso di Portello Pulp) mi porta a raccontare cose assurde ma non impossibili. I personaggi che fanno scelte stupide o sbagliate permettono alla storia di prendere strade non banali. Senza contare che l’ho trovato più stimolante dal punto di vista creativo rispetto all’utilizzo di eroi senza macchia.

Con ‘Portello Pulp’ e poi ‘Nordest Farwest’ sei arrivato al secondo capitolo della trilogia Pulp. Vuoi anticiparci qualcosa sul prossimo romanzo?
Il terzo romanzo della trilogia sarà un on the road che attraversa nordest, nordovest e centro Italia e che ha come protagonista un cane lupo cecoslovacco ferocissimo e un ricercatore universitario precario. In questa storia ironizzo sulla teoria dei complotti, sulle associazioni segrete tipo uomini in nero e altre cose. Il bello è che le idee arrivano dalla gente, in questo caso da un ottico di una catena di occhiali che si vantava di aver creato degli occhiali che costavano 1 euro e che non poteva commercializzarli altrimenti l’avrebbero fatto fuori. Uno spunto fantastico per una storia! Che ho cambiato, non si parla di occhiali, e che ho arricchito con un mondo surreale. Mi sono molto divertito a scriverla.

Capita spesso di vedere su marciapiedi della periferia padovana delle prostitute. Anche nel tuo romanzo ce n’è una, per scrivere di lei ti sei ispirato ad articoli di giornale che fanno riferimento a eventi reali o ti sei basato sulle suggestioni che la fantasia ti ha aiutato a costruire?
Sui personaggi cerco sempre di documentarmi. Tant’è che per Portello Pulp, dove ci sono degli spacciatori, per riuscire a farli esprimere in modo realistico sono andato ai giardinetti dove c’era una nutrita schiera di spaccia e mi sono messo a parlare con loro, con l’angoscia di veder arrivare la polizia ad arrestarmi e dover dire: no ma sono qui solo per documentarmi sul mio libro – non mi sembrava credibile come scusa, anche se era la verità. Per il personaggio di Leika invece ho cercato di calarmi nella vita del personaggio, immaginando come potesse essere fare la vita di strada, e basandomi su film, interviste e articoli di giornale. Leika è volutamente stereotipata perché ho pensato sarebbe stato più credibile. Credo che personaggi come lei ce ne siano molti nel mondo reale. Poi il bello dei personaggi è che quando li hai ben chiari in mente vivono di vita propria e ti dicono cosa farebbero nelle situazioni, quindi la parte più difficile è metterli a fuoco, poi camminano con le loro gambe.

“Nordest Farwest”, il secondo capitolo della trilogia Pulp di Simone Marzini, è un romanzo «verde e marrone pallido» in cui la «monotonia» della campagna veneta si stempera nella ricchezza messa in visibilio come se fosse un quadretto agreste il cui profumo è reso tangibile da «emanatori di deodorante»: non siamo di certo sul set di un film porno rinascimentale ma tutti si danno un gran daffare a raggiungere il punto più alto della felicità, l’orgasmo di potere, chi con l’ebbrezza di una nuova avventura sessuale, chi con l’assalto a un furgoncino blindato nella speranza di raccattare soldi, chi con la fuga nei Paesi caldi e chi semplicemente vorrebbe salvare il Mondo a bordo di un pezzo di legno a forma di cavallo. Stranamente – dico stranamente in maniera ironica perché i presupposti di intelligenza nei vari personaggi non ci sono – qualcosa sembra andare storto, i sogni si infrangono: «vedi di non fare il coglione» è una frase ricorrente, puntualmente smentita dal fallimento di turno. Solo Marlon Bianchi può rivolgersi al «santo protettore degli investigatori privati sfigati», lui che «riposa gli occhi in orario di lavoro» e si trova a girare con vistose macchine arancioni: lui arriva fino in fondo per far sì che lo scambio avvenga tra i rapinatori e la controparte lesa. Con appresso un cadavere che nemmeno «se l’avessero immerso a bagnomaria nell’eau de toilette sarebbe servito a qualcosa» nei pressi di una fabbrica abbandonata, avvolti da nugoli di mosche, i tre banditi, il cocainomane Diavolina che vive di «pippate», il barista dell’Arcella Fulvio, sempre immerso fino al collo nei debiti di gioco, prossimo affettato degli allibratori e il cognato Gianni, alle prese con l’avanzamento della malattia della moglie preda del cancro, sono sfigati che più sfigati non si può, con un finale a base di pillole rosa a dir poco esilarante. Sì, ci scappa sempre la sparatoria ma va bene così, è un romanzo imprevedibile e divertente, incredibilmente esplosivo.

Camilla Bottin


Teatro Filarmonico,     piazza Giacomo Matteotti 5, Piove di Sacco




106 q 0,341 sec