Rigoletto al Teatro Verdi

17 Ottobre 2013 By Redazione

Andando a prelevare un piccolo prestito linguistico da un’altra opera lirica famosa, non possiamo che gridare «Largo al factotum» quando passa il regista, scenografo, costumista e light designer Stefano Poda: sua è l’impronta personale che pervade l’intero dramma, con un simbolismo incantato che alterna su una pedana girevole di fortissimo impatto scenico quattro diversi ambienti, tre di loro improntati al noir e all’erotismo della corte di Mantova e l’ultimo, una stanza dalle finestre cieche, che allude al mondo fatato e un po’ ingenuo della dolce Gilda.
Rovine antiche disseminate qua e là alludono all’antico splendore, ma ora solo la corruzione regna sovrana: i cortigiani, pallida maschera a guscio d’uovo di loro stessi, si aggirano spettrali con un incedere pesante e sofferto, che ricorda i passi della danza delle tenebre, il butoh giapponese, a margine sempre riprodotta.
Paolo Fanale nei panni di un Duca di Mantova dall’aria tenebrosa, perverso conquistatore di fanciulle fragili, è vestito di pelle, con in mostra i muscoli d’acciaio: è una versione moderna dell’uomo prepotente, che tutto sa prendersi senza chiedere, secondo la filosofia per cui «la donna è mobile» e muta d’espressione incessantemente.
Il Rigoletto di Ionut Pascu, baritono dell’Opera Nazionale di Bucarest, non ha la caratteristica gobba, ma avanza con un incedere dignitoso, è un padre che vede le sue trame malvagie ritorcersi su di lui: in questa opulenza visiva che è la scenografia, Rigoletto è una pedina che si muove da uno spazio all’altro senza trovare pace fino all’ultimo, drammatico epilogo.
A fare da controcanto l’australiana Jessica Pratt nei panni di Gilda ha saputo rendere con estrema bravura l’ampiezza tonale del suo ruolo, con virtuosismi inediti: tra pathos ed emozioni vere, lo spettatore si convince di assistere a una scena reale, con la pioggia e i fulmini, di un mondo altro, di un futuro pericoloso.
I giovani Mirco Palazzi nei panni di Sparafucile e Daniela Innamorati nei panni di Maddalena entrano con piglio deciso, si ritagliano il loro spazio e fanno bella figura: ma il dramma è sul capo di Rigoletto, deriso dalla corte, da Monterone, da Marullo e Ceprano, nomi che scivolano via ma impersonati da ottimi interpreti. L’insieme è completo, una vera e propria favola dell’orrore che si svela un poco alla volta, lasciando immaginare non il Rigoletto di Verdi, ma il Rigoletto di Stefano Poda. E’ un azzardo che nel 2010 ha riscosso gran successo per l’arditezza delle scene: molti padovani si sentiranno a casa ad osservare gli usati arredi, ma ogni volta ci sarà un particolare nuovo, un simbolismo recondito che renderà l’opera viva. Sì, è questo lo scopo di un omaggio a Verdi, bisogna riviverlo alla luce della contemporaneità. E la contemporaneità al giorno d’oggi è rappresentata dal talento visionario del regista trentino.

Camilla Bottin