I Complexions Contemporary Ballet conquistano il Verdi

22 Maggio 2012 By Valentina

Un gruppo composito di venti persone molto diverse tra loro per età, struttura fisica, cultura e appartenenza etnica. Abbattiamo le barriere – sembrano dire – ci facciamo portavoce dell’espressione di una molteplicità di stili e di culture per offrire una commistione tra antico e moderno – siamo inafferrabili, un vero Melting Pot americano. Sto parlando dei Complexions Contemporary Ballet, e non serve presentazione alcuna tanto che la loro fama è la prima a insinuarsi nelle bocche e nei sussurri di tutti: nella serata del 21 maggio il Teatro Verdi era gremito di gente. Chissà perché, vien da chiedersi, è veramente tanto grande il fascino esercitato dalla compagnia di Dwight Rhoden e Desmond Richardson?
Ad aprire la serata sono intervenuti l’assessore alla Cultura Andrea Colasio e la direttrice artistica del Circuito Teatrale Regionale Arteven Laura Pulin: danza aperta, movimento, unione, parole chiave per una rassegna che è stata molto varia e ha offerto ai fedeli spettatori la possibilità di spaziare tra mondi diversi, dalla Serata Stravinskij passando per l’originale Commedia di Emio Greco per poi consolidarsi nella struttura classica del balletto con Coppelia.
Io ci sono stata dall’inizio alla fine, qui in platea. Triste pensare che quello dei Complexions fosse l’ultimo spettacolo dell’anno, ma la loro grandezza può far anche immaginare che la danza non abbia di meglio da offrire se non loro.
Descrivere quello che è stato, quello che si è visto, quello che si è fatto non è facile, intanto vi posso anticipare che tra una performance e l’altra c’erano grandi respiri, i tre atti prevedevano due intervalli, quasi a riprendere fiato dopo il vortice di carni e muscoli.
Il primo atto dal titolo Thresold Inlay appartiene alle coreografie più recenti della Compagnia e forse è quello che mi ha trasmesso meno emozioni: sicuramente di grande impatto la statuaria e la mimica di quei corpi eleganti e mai stanchi di guizzare da un lato all’altro del palco sulle note del Concerto per pianoforte in Si bemolle minore di Cajkovskij ma freddo, algido.
L’intento è voluto: bisogna congelare l’aspettativa del pubblico per l’esplosione che avverrà nel secondo e nel terzo atto. Pausa, respiro e via con estratti musicali, solo duetti:  il Testament con Natalia Alonso e Tercell Waters che ripropone moduli classici di danza, Choke sulla musica di Antonio Vivaldi, con Clifford Williams e Kris Nobles stretti in un body verde volteggiano privi di corporeità, On Holiday il più bello per me in assoluto, il Ballo della Passione con Christina Dooling e Edgar Anido che si ripudiano e si riprendono con vigore sulle note jazz di Billy Porter, Showman’s Groove sulla musica di Gerswhin cantata da Micheal Bublè con Gary Jeter e Mark Caserta per un ragtime vivace e frizzante e per concludere Moonlight interpretato da Richardson: un mazzo di fiori, un sorriso e il pubblico femminile in delirio. Lasciamocelo dire, le donne hanno apprezzato molto lo spettacolo.
Il terzo atto è stato un aperto omaggio a Patrick Swayze, dal titolo Mercy; Rhoden e Richardson hanno avuto occasione di lavorare con lui sul set del film One last dance: ballerini che entrano ed escono da un sipario scarlatto, un turbine di movimenti e in primo piano l’uomo vestito di rosso, il più bravo di tutti, quello che ha colpito con maggiore forza nel corso degli anni l’immaginario del pubblico, Gary W. Jeter II. Una miscellanea perfetta che esprime la vasta gamma delle emozioni umane: si può assistere in presa diretta all’evoluzione della danza, unica nel suo genere.
Colgo l’occasione per invitarvi a non perdere la XV edizione di Prospettiva Danza Teatro che spero con tutto il cuore che venga di nuovo riproposta la prossima stagione al Verdi dal Comune di Padova perché trasmette tanto anche a chi non è un conoscitore esperto di balletti. Quindi… arrivederci!