Intervista a Elisabetta Baldisserotto
17 Luglio 2015Il libro si può definire, a ragione, un “giallo psicologico”. Come si è avvicinata al mondo della letteratura della suspense e come ha pensato di applicarvi le Sue conoscenze professionali? Mi vuole accennare brevemente agli aspetti psicologici peculiari del protagonista, in particolar modo per quanto riguarda il rapporto con le donne?
Gli analisti sono spesso appassionati di letteratura poliziesca, a partire dal fondatore della psicoanalisi. Pare infatti che Freud fosse un grande lettore di Sherlock Holmes. L’analista d’altronde è un detective dell’anima, perlustratore di quelle zone oscure, ignote, spesso imbarazzanti della psiche che Jung ha rubricato sotto il termine di Ombra.
Questo è un libro che parla dei segreti inconfessabili, delle colpe, delle passioni torbide, delle ossessioni che tutti noi ci portiamo dentro, consapevoli o no. E il mio protagonista, il commissario Jacopo Zambon, scoprirà che, in virtù dell’esistenza dell’Ombra, non conosciamo mai veramente nessuno, tantomeno noi stessi. Jacopo svolge una doppia indagine, quella su un omicidio e quella sul suo passato. È un uomo ferito perché è stato abbandonato dalla moglie e ha un rapporto complesso, molto ambivalente, con le donne, che si chiarirà solo alla fine della storia.
Venezia, la città in cui Lei vive e lavora, è sempre presente sullo sfondo del romanzo, è protagonista anch’essa. Molto efficaci gli inserti in dialetto veneziano che rendono l’ambiente, mi vuole un po’ raccontare che effetto fa vivere a Venezia?
Venezia è per Jacopo città dell’anima. Lui è nato a Castello e vive a San Giacomo dell’Orio. Il dialetto è la sua lingua madre. Ha rinunciato a fare carriera pur di restare a Venezia, perché solo lì si sente se stesso. E io condivido il suo sentimento. Per quanto sia una città ferita, invasa, maltrattata, involgarita, non si può non sentirsi dei privilegiati se si abita a Venezia, è una città che non smette mai di meravigliarti, anche se la conosci come le tue tasche.
Nel romanzo sono presenti numerosi riferimenti a Hemingway, è una passione che condivide con il protagonista?
Jacopo ama Hemingway almeno per tre ragioni. La prima, che è la stessa per cui lo amo io, è la scrittura essenziale intrisa di poesia. Hemingway riesce a commuoverlo come nessun altro scrittore riesce a fare.
La seconda è che Hemingway ha riflettuto a fondo sul tema della morte, ne parla in tutti i suoi libri. È quindi a lui che Jacopo si rivolge, quando viene colpito da un lutto, per cercare delle risposte. Il titolo del romanzo è una citazione da Per chi suona la campana, leggermente modificata e resa ambigua dalla doppia negazione che può essere intesa sia come un rafforzamento della negazione stessa che come un’affermazione. Dunque: ha ragione o torto Hemingway a dire che morire è niente?
Infine Hemingway lo affascina perché ha una visione eroica della vita. La caccia, la pesca, la guerra sono tutti temi che hanno a che fare con il mito maschile dell’eroe, da cui Jacopo è soggiogato e dal quale pian piano dovrà prendere le distanze.
Camilla Bottin