Morire non è niente

16 Luglio 2015 By Elena Bottin

Ambientato tra le calle di una Venezia che non si è ancora prostituita al turismo di massa, complici un sottofondo dialettale costante e uno sciabordio continuo dell’acqua alle movenze di traghetti e gondole, il libro “Morire non è niente” della psicologa Elisabetta Baldisserotto attraversa le passioni del commissario di polizia Jacopo Zambon alle prese con il risolvimento dell’omicidio di quello che era uno dei suoi migliori amici, Alvise “el beo” Ballarin, ucciso a bruciapelo nella sua abitazione. Alvise ci viene presentato fin dalle prime pagine come un San Giorgio costretto a fronteggiare più draghi, alla cena tra amici appare nervoso, quasi incollerito. Jacopo, il cui istinto da poliziotto non dorme mai, sulle note della famosa “Jazz Police” di Leonard Cohen cerca di scoprire presso l’amico Dario, buongustaio, i motivi di tale agitazione. Il poliziotto è in preda a una nostalgia feroce, sono passati tre anni da quando la moglie l’ha lasciato, ma ancora non riesce a rassegnarsi alla solitudine. «Confondi la forza con la durezza» gli spiega l’analista, consapevole del travaglio interiore dell’uomo, minato ancora di più dalla perdita del più caro amico. Dario gli rivela l’esistenza di alcuni documenti immobiliari sospetti che indicano nella direzione di un losco personaggio che ha a che fare con la Chiesa. Jacopo, nonostante i suoi fantasmi interiori non lo abbandonino, prosegue lungo la pista indagata, arrivando a scoprire che, tra l’altro, l’amico aveva come amanti nient’altro che alcune vecchie compagne di classe, la Marisa e la Paola. Sorpreso di conoscere tanto poco Alvise, Jacopo arriva a fare luce su alcune “ombre” del passato del suo amico, zone morte che nessuno è in grado più di recuperare. Nella «regressione programmata a scadenza» che è la vacanza, il commissario arriva a riprendere la voglia di vivere grazie a una ragazza, Francesca, che lo attrae nella sua rete di seduzione. Jacopo che, per una volta dimentica di mettere la cera nelle orecchie, finisce preda della Sirena, ma più che un male, è un bene, finalmente può riprendere possesso della sua mascolinità a lungo trascurata. La sindrome dell’abbandono non lo lascia, ma l’indagine che è allo stesso tempo un percorso di maturazione, trova infine pace, così come lo spirito di Alvise. Lo stile di Elisabetta Baldisserotto, veneziano fino al midollo, intriso di espressioni gergali meravigliose atte a testimoniare l’ambiente in cui si svolge il romanzo, è fluido e scivola nella mente del lettore come una gondola nei canali, ti si avvinghia come un’alga e non ti molla più fino alla fine. Un’ottima prova di scrittura.

Camilla Bottin