“Taking care of a baby” di Dennis Kelly
18 Novembre 2013Taking care of a baby, ovvero: la vertigine della verità, è un testo dalla forma anomala, almeno nel panorama delle scritture in Italia, costruito su reali interviste e materiali relativi a casi di cronaca.
Una Medea contemporanea [Isabella Ragonese, in foto] viene accusata di aver assassinato i suoi due bambini.
Una voce, la cui origine è sempre incerta (dentro o fuori dalla storia, o dallo spettacolo), pone domande ai protagonisti della vicenda, li richiama ad assumere una posizione, nel tentativo di ricostruire la storia di cui se ne conoscono solo i tragici esiti, nell’intenzione di rimettere insieme i pezzi di un mosaico la cui ricomposizione non è mai definitivamente certa.
Ognuno sente di avere una colpa da cui tenta di difendersi: nessuno è innocente quando una madre arriva a compiere un gesto così tragico. La responsabilità, anche se non diretta, è sempre diffusa: è una responsabilità sociale, psicologica, relazionale.
C’è anche la colpa di chi non ha fatto nulla per evitare la tragedia. La colpa è antica, storica in qualche modo.
Anche il filtro mediatico rende partecipi di quel dolore, e insieme, in un modo più o meno consapevole, collusi con quel gesto.
Lo spettatore, televisivo o teatrale che sia, può e deve scegliere a cosa credere.
La sua diventa così una posizione naturalmente critica rispetto alla storia e alla sua rappresentazione. La questione qui non è solo ideologica o estetica. La domanda è necessaria e inaggirabile – a cosa credere?
Un lento cadere in una vertigine narrativa – a questo porta Taking care of a baby, il testo del 2007 del drammaturgo inglese Dennis Kelly.
Sembra tutto chiaro e invece non lo è. Sembra tutto già scritto ma invece niente è stato ancora detto.
Una tragedia contemporanea, che è antica perché già successa e perché già mille volte raccontata, ora scomposta e ridisegnata fino a diventare un’immagine tanto ben documentate tratteggiata, quanto irriducibilmente opaca e incerta.
E poi c’è la tenerezza del dolore e della colpa, l’amore sconosciuto, Il disagio esistenziale. Il fallimento personale e psicologico. Le lacrime dell’indicibile.
E anche i meccanismi risoluti e irrisolti della politica e della scienza, e le loro narrazioni: la macchina del discorso come costruzione arbitraria della propria identità. La televisione con la sua potenza comunicativa, con la sua capacità di sopravvivere a tutto, comunque, come contenitore ultimo di ogni contraddizione. Un dispositivo di distrazione di massa, un cortocircuito sociale, un turbamento esistenziale.
traduzione: Pieraldo Girotto
regia: Fabrizio Arcuri
con: Isabella Ragonese
e Matteo Angius | Francesco Bonomo | Pieraldo Girotto | Francesca Mazza | Sandra Soncini
in video: Vinicio Marchioni | Fiammetta Olivieri | Paolo Perinelli
materiali sonori: Subsonica tratti da mentale/strumentale (inedito nel cassetto)
luci: Diego Labonia | assistente light designer e datore luci Chiara Martinelli
video: Lorenzo Letizia | scene Gianni Murru | assistenza alle scene Michela Bevilacqua | costumi Valeria Bernini
organizzazione: Rosario Capasso
produzione: Accademia degli Artefatti | Teatro Stabile di Torino | Napoli Teatro Festival Italia