Improvvisamente l’estate scorsa

25 Gennaio 2013 By Valentina

Elio De Capitani, approfittando del centenario della nascita di Tennessee Williams, porta sul palco del Teatro Verdi quella che può essere definita la migliore opera del grande autore americano: in scena un conflitto costante, un dramma psicologico sospeso tra una dimensione reale e una onirica. Fin dall’inizio la scenografia, curata da Carlo Sala su suggerimento del regista, proietta sul pubblico una sensazione di disagio: siamo in presenza di un ’diorama’, un’efficace riproduzione tridimensionale simile a quelle del Museo di Storia Naturale. L’estetismo quasi wildiano di Williams ci porta a paragonare questa serra lussurreggiante, un po’ kitsch, un po’ retrò, al pari delle Galapagos, terra di nessuno in cui vige un clima di crudeltà efferata. E’ una violenza psicologica quella a cui la madre, Mrs Venable, sottopone il figlio Sebastian: ora, ’morto improvvisamente l’estate scorsa’, con la cugina Catherine come unica testimone, il ragazzo compare nel dramma solo attraverso le parole delle due donne, nel dispiegarsi del conflitto tra l’austera zia tesa a santificare la memoria del figlio e la nipote, disnibita e apparentemente pazza, che vorrebbe mettere in luce la diversità.
Due prime donne, Cristina Crippa (tra l’altro fondatrice della stessa compagnia, quella del Teatro dell’Elfo) e la giovane Elena Russo Arman, vincitrice nel 1999 del premio Eleonora Duse come miglior attrice esordiente, si contendono il palco a suon di dialoghi, di accuse, di ricordi mescolati all’ambiguità di una situazione che nessuno conosce tranne la stessa Catherine. Il chirurgo, interpretato da Cristian Giammarini, irrompe nella realtà quotidiana come un nume super partes: a lui spetta la decisione finale di sottoporre la giovane ragazza alla lobotomia. Siamo nel regno del ’non detto’, delle allusioni: è solo con l’incalzare delle domande del dottore che Catherine, in un tormentoso crescendo di agonia e tensione, rivela gli ultimi momenti di vita del cugino.
Sebastian, il martire, è incappato in una spirale di autodistruzione: la madre, vedendo sbocciare in lui la diversità, quell’omosessualità considerata come una malattia, l’ha lentamente trasformata in una colpa da nascondere. La donna, nelle vesti della mater dolorosa, non fa altro che erigere un muro intorno alla nipote, abbandonata dalla sua stessa famiglia: nessuno crede che quello che dica sia la verità, per quanto terribile essa possa apparire. La recitazione in questo giardino-giungla, immerso nella nebbia e circondato da suoni sinistri, è apparsa immobile, senza tempo: in una parola perfetta, la compagnia del Teatro dell’Elfo ha dimostrato di mantenere livelli di alta qualità. Da vedere.